SU RICHIESTA DI STEFANO LENZI, per il Convegno del 21 maggio a Milano, organizzato dal WWF in merito alla questione ALTA VELOCITÀ FERROVIARIA, Renato Milano ha predisposto questi appunti.
PUNTI FERMI SULLA QUESTIONE TAV-TERZO VALICO
La necessità di un’opera va valutata in relazione al suo impatto
e alle alternative possibili ad impatto minore;
Va privilegiata la necessità di recuperare l’esistente, valutando
il minore impatto e il minor consumo di territorio rispetto al nuovo.
Fino ad ora, chi ci ha governato sia da sinistra che, oggi, da destra, ha sempre
considerato le grandi cementificazioni come opere fini a se stesse, senza motivarne
“a priori” la necessità, ma cercandone “a posteriori”,
un significato (possibilmente nell’ambito di una pubblica utilità)
un po' diverso dal solito favore clientelistico all’amico imprenditore.
Ritengo utile spiegare il comportamento degli ambientalisti, che non sono gli
indiani che tirano le frecce al treno (come dice sempre Brunetti), ma hanno,
nel loro agire, delle motivazioni semplici, lampanti e inoppugnabili. Spesso,
agli occhi di chi non vuole approfondire oltre agli articoli dei giornali, (la
stragrande maggioranza della gente) il nostro accanimento “contro tutto
e tutti” sembra strumentale ad un no preconcetto che porterebbe, noi,
a costruire “a posteriori” le motivazioni dei nostri no sempre e
comunque. Non è così e prima delle nostre scelte sui singoli problemi
c’è una scelta globale di rispetto totale e incondizionato per
chi verrà dopo di noi.
Bisognerebbe questa cosa spiegarla sempre come premessa a qualsiasi nostra battaglia.
Lo sviluppo sostenibile
Lo sviluppo sostenibile è oggi un concetto riconosciuto valido universalmente
da qualsiasi formazione politica: ossia tutti ormai concordano che l’unica
forma possibile di sviluppo è quella che non intacca il capitale
mondiale delle risorse della natura. La differenza sta tuttavia nella
identificazione e quantificazione del capitale natura e degli interessi che
esso produce. Dallo sviluppo sostenibile alla sostenibilità
dello sviluppo le differenze quindi possono essere notevoli, tuttavia oggi
nessun governo sostiene spudoratamente che al mondo possa realizzarsi una forma
diversa di crescita. Sia ben chiaro, però, che i comportamenti distano
anni luce dalle parole, e questo perché da parte di alcuni sostenitori
della crescita economica esiste ancora il rifiuto a quantificare gli elementi
dello sviluppo sostenibile. Si sostiene che tale quantificazione non sia possibile
senza un elevato margine di aleatorietà e di fantasia: ma non è
proprio così. Intanto un elevato margine di fantasia è stato dimostrato
proprio da chi, nella fattispecie degli argomenti di questo convegno, sostiene
un aumento fantascientifico della domanda di trasporto sia passeggeri che merci.
Occorre pertanto, nel definire lo sviluppo sostenibile in relazione alla crescita
della domanda di trasporto e dell’offerta delle infrastrutture atte a
sostenerla, prendere in esame tre principi.
1) Lo spazio vitale dell’uomo.
È già quantificato matematicamente quanto spazio debba essere
destinato alla sua sopravvivenza alimentare (metri quadrati procapite di area
coltivata). Non è matematicamente quantificabile quanto spazio sia necessario
al suo sviluppo interiore e quale debbano essere le caratteristiche di questo
spazio ai fini della migliore qualità sociale della sua esistenza. Tuttavia
qui l’elemento “natura” riveste uno dei ruoli fondamentali
sia per la qualità della vita che per quanto riguarda l’appagamento
psicologico e spirituale, lo sviluppo della personalità, delle relazioni
umane, ecc. ecc.. Abbiamo già visto i danni alla personalità e
alla persona dovuti alla periferizzazione degli anni 60 (l’abbandono dei
centri storici e la costruzione di fatiscenti casermoni nelle periferie delle
città) che è certamente corresponsabile del disagio giovanile
di allora e dei nostri giorni. È scontato come non sia bello vivere in
mezzo al cemento e ai containers.
Purtroppo è impressionante la crescita del suolo cementificato a scapito
della natura. Nell’area fra Novi e Serravalle Scrivia, ad esempio, terminata
la cementificazione dei prati ad opera di centri commerciali ed outlets, si
sta provvedendo a spianare le colline per far posto a parcheggi e rotonde. Inoltre
oggi la minaccia dei distripack (ossia dei centri per l’accoglimento
e smistamento delle merci containerizzate) e dei centri logistici
(per lo smistamenmto dei containers nell’intermodalità ferro –
rotaia) sta assumendo proporzioni esagerate. La previsione (del tutto strumentale
e per fortuna indimostrabile) dell’enorme sviluppo dei traffici portuali
e la crescita esponenziale, che alcuni vorrebbero, della domanda di trasporto,
si trascinano dietro, oltre ai progetti di nuove linee ferroviarie e di nuove
autostrade, una serie incredibile di progetti di distripack. Ciascuna cittadina
pare voglia il suo distripack e, se le aspettative di cui si parla dovessero
mai realizzarsi, si tratta di milioni e milioni di metri quadri di terreno che
saranno oppressi da ulteriore cementificazione. Una disgrazia di gran lunga
superiore ai capannoni vuoti che negli anni 80 venivano costruiti per pura speculazione
fondiaria. Una previsione che moltiplica per 10 i metri quadri di cemento fino
ad oggi destinati ai centri commerciali (dall’ordine delle centinaia di
migliaia di metri quadri di terreno cementificato, si passa all’ordine
di milioni di metri quadrati)
2) La necessità dell’opera.
Ogni opera che comporti una pressione negativa sull’ambiente deve essere
necessaria al punto tale da poter bilanciare, per la collettività, il
disagio generato. Ogni opera che impatta sull’ambiente comporta disagi
ambientali e sociali i quali hanno dei costi che si pagano in “qualità
della vita” (la moneta della rinuncia all’ambiente). Inoltre a questi
costi occorre sommare (o moltiplicare) il costo delle rinunce all’ambiente
delle generazioni che verranno. Un ambiente irrimediabilmente perso
o una risorsa persa (le acque drenate dalle gallerie dell’Alta Velocità
ferroviaria) sono persi per sempre, e nessuno in futuro potrà mai fruirne.
Centinaia di generazioni non potranno più godere del beneficio che essi
offrivano prima dell’ intervento infrastrutturale.
Il metodo di analisi dei costi – benefici di un’opera sostiene che
prima di sviluppare qualsiasi studio di impatto ambientale relativamente ad
essa occorre conoscerne il grado di necessità. Ossia è determinante
conoscere quale impatto può essere accettabile relativamente al beneficio
che da tale opera ne deriverebbe.
Se un’opera infatti produce un pesante impatto e non ne viene dimostrata
l’urgenza o la necessità (che poi è anche la redditività
dell’opera), il bilancio costi-benefici a carico della comunità
risulta pendere dalla parte dei costi: così l’opera non si deve
fare, o se ne deve rimandare l’esecuzione.
Un metodo di analisi costi-benefici ritenuto molto valido dalle moderne teorie
economiche, detto “Modello Misham” consiste nella
“Internalizzazione degli effetti esterni prodotti da un evento economico
su livello di benessere degli individui interessati” e prende in
esame quanto un evento economico (tipo autostrada o ferrovia) interessa un certo
numero di individui, cambiandone lo stato o il livello originario di benessere.
Si valuta quanti individui guadagnano in benessere e in quale quantità
(numero di variazioni compensative positive, o VC+) e quanti perdono e in quale
quantità (numero di VC-) e poi si fa la somma algebrica del numero e
dell’entità delle VC e si determina il Beneficio Sociale Residuo
(BSR) che può essere di segno positivo o negativo.
Pertanto, quando un’opera è osteggiata da un numero rilevante di
persone (per lo più riunite in comitati e associazioni) il modello Misham
potrebbe anche essere disegnato dal numero delle persone contrarie all’opera
e dall'intensità della loro partecipazione alle decisioni: in Italia
pare proprio il caso dell’Alta Velocità.
E le eventuali alternative
Inoltre di ogni opera che si prospetta irrinunciabile è necessario analizzarne
le alternative, qualora esse, a parità di risultato offrano un impatto
ambientale minore. Nel caso delle infrastrutture trasportistiche tali alternative
possono essere di percorso o di progetto. Le alternative di percorso presuppongono
un tracciato diverso della medesima infrastruttura, purché produca un
minor impatto. A volte lo spostamento del tracciato può essere abbastanza
irrilevante (ad esempio per evitare un sito archeologico), a volte più
rilevante (ad esempio quando si tratta di evitare un’area geologicamente
inadatta).
Le alternative di progetto invece presuppongono una diversa scelta sugli interventi
da fare: che possono essere anche radicalmente diversi dall’opera considerata.
Nel caso dell’Alta Velocità, ad esempio, si è dimostrato
come, in relazione alle caratteristiche della domanda di trasporto,
l’ammodernamento e il potenziamento delle strutture esistenti, il loro
riequilibrio nell’ambito di itinerari alternativi, nonché il potenziamento
dei nodi, raggiungano lo stesso scopo delle linee ad AV progettate, anzi, ne
migliorano gli obiettivi.
In relazione alle caratteristiche del trasporto significa indagare a chi potrebbe
essere utile l’Alta Velocità. Un’indagine di questo tipo
analizza la domanda di trasporto in relazione alla lunghezza delle percorrenze,
scontato che l’Alta Velocità sotto i 300 chilometri di distanza
di relazione non serve.
I risultati dell’indagine ci dicono che il 75% delle merci (espresse in
tonnellate per chilometro) viaggia in un raggio di 150 chilometri e l’80%
dei passeggeri (espressi in pax/Km) viaggia entro i 100 chilometri di raggio.
Le alternative di progetto, ovviamente, nel rispetto delle normative italiane
ed europee includono anche l’opzione zero che significa
la non fattibilità dell’opera (Corrado Carrubba – Il Codice
dell’Ambiente – Introduzione alla Valutazione di Impatto Ambientale).
Una proposta delle associazioni e dei comitati in alternativa al Terzo Valico,
(o Alta Velocità) Genova – Milano fu una architettura a rete dei
trasporti fra la Liguria, il Nord d’Italia e i valichi alpini. O meglio
ancora, fra il sistema Tirrenico e il Nord d’Italia passando per la Liguria.
Infatti tra la Liguria, il Nord Italia e l’Europa non esistono solo Genova
e Milano, ma tre porti, (o 4 se vogliamo anche includere Imperia-Oneglia) e
5 valichi appenninici, cui fanno da corona 8 valichi alpini.
Pertanto in alternativa ad un sistema ferroviario a imbuto dove
tutti i traffici, da Ventimiglia, dalla Tirrenica, da Savona, da La Spezia,
da Genova (e diretti verso la pianura Padana e i valichi alpini) sarebbero passati
nel corridoio Genova – Tortona (e Milano), si riteneva più logico
un sistema a ventaglio (o a rete) dove ciascun porto origine
- destinazione di traffici diventa funzionale al valico appenninico che gli
consente istradamenti più brevi (senza escludere comunque gli altri valichi
in caso di necessità).
Tanto per citare e spiegare alcuni esempi.
- Le merci che hanno origine e destinazione (OD) dal sistema Tirrenico ( gli
scali della linea più i porti di Livorno, Civitavecchia, Napoli, Salerno,
Gioia Tauro) interessano prioritariamente la linea Pontremolese. In modo particolare
la Pontremolese è funzionale ai trasporti che interessano i valichi del
nord-est (Villa Opicina, Gorizia, Tarvisio) e al corridoio multimodale Tirreno
– Brennero ove sono previsti sia il rinnovamento della linea Parma -Verona
che il quadruplicamento della linea da Verona verso l’Austria. Inoltre
la Pontremolese è certamente la via più breve e più logica
per raggiungere gli interporti di Brescia, Verona, Bologna, Parma, Mantova,
ecc..
- Le merci che hanno OD da Ventimiglia e dal porto di Savona trovano il più
breve collegamento con Modane attraverso la Savona – Torino. Ma anche
verso Alessandria e verso Novara e i valichi di Domodossola e Luino la via più
breve passa per S.Giuseppe di Cairo. Sulla Savona – Cairo sono in corso
interventi tecnologici e, per superare il problema della pendenza di alcune
tratte, la linea è interamente a doppio binario tranne un breve tratto
a binario singolo tra S.Giuseppe e Ceva (20 chilometri circa)
- Le merci che hanno OD da Ventimiglia, da Savona e dal porto di Voltri per
Alessandria, Novara, i valichi di Domodossola, di Modane e il Sempione (ma anche
Pino e il Gottardo) possono usufruire (e già in parte lo fanno) della
Genova – Ovada, considerate dall’Unione Europea una Free-way per
le merci containerizzate ( ossia una linea privilegiata per i trasporti verso
l’Europa ).
- Le merci con OD nel porto di Genova possono usufruire della doppia linea dei
Giovi che con opportune modifiche e con gli adeguamenti ed ammodernamenti in
corso e in programma può ancora acquistate una notevole potenzialità
residuale.
3) Il recupero dell’esistente.
Il principio che si applica in questo caso è lo stesso del riciclaggio
dei materiali da rifiuto. La stessa necessità che oggi ci impone a recuperare
e riciclare i rifiuti, dovrebbe indurci, parlando di infrastrutture viarie,
a recuperare ed ammodernare l’esistente, piuttosto che occupare e cementificare
nuovi spazi sottraendo al beneficio nostro e di chi verrà dopo di noi
paesaggio, equilibrio naturale, equilibrio geologico e idrogeologico, falde
acquifere, ecc. ecc. Ossia, perché sacrificare nuovo spazio e nuove risorse
in un territorio già estremamente compresso da strutture ed infrastrutture,
quando esiste la possibilità di rendere più efficienti (e quindi
riciclare) le strutture ed infrastrutture esistenti. Il pentimento per non aver
recuperato i centri storici ed aver oppresso le città con orribili periferie
cagionevoli di disagi sociali e di ulteriore traffico automobilistico sarà
arrivato un po' tardi (ad esempio rispetto al testo di Campos Venuti “Amministrare
l’urbanistica”del 1966), ma è arrivato. E potrebbe insegnarci
un comportamento più intelligente nei confronti delle infrastrutture
esistenti. Anche i progetti di recupero dei sedimi industriali dismessi (i parchi
tecnologici di Roberto Guiducci) potrebbero sensibilizzarci sull’importanza
che hanno il territorio e lo spazio, beni non rinnovabili sempre più
rari. Agire sull’esistente significa indubbiamente:
- minore impatto ambientale: si lavora su un sedime già compromesso;
- minor rischio di produrre danni ambientali: vedi il drenaggio delle sorgenti
del Mugello;
- minor occupazione di territorio;
- minori costi economici;
- maggior rapidità di esecuzione.
Pertanto minori costi e maggiori benefici in un bilancio che comunque sarebbe
di più facile e certa elaborazione.
Sulle Merci
I progetti dell’Alta Velocità, (come il progetto del Terzo Valico)
sono nati da una logica “a rovescio”, o meglio una “non –
logica”, dove prima veniva la scelta di cosa fare, poi si doveva dimostrare
la necessità di tale scelta. Anziché indagare, prima, sulla necessità
di una nuova linea, e poi scegliere se farla o non farla in relazione ai risultati
dell’indagine, si è preferito prima decidere cosa fare (per dar
lavoro a qualche General Contractor amico), poi tentare di dimostrarne la necessità,
travisando l’indagine costi – benefici fino, in alcuni casi, a ridicolizzarla
.
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Scoperto l’inganno dei 50.000 passeggeri giornalieri che avrebbero impegnato
la Genova – Milano in un futuro molto prossimo, (fu la Commissione VIA
del Ministero dell’Ambiente che molto eufemisticamente definì “per
lo meno fantasiose” tali cifre), scontato però che la linea si
doveva fare a tutti i costi, si pensò di destinare la stessa alle merci,
lavorando su un ipotetica enorme crescita dei traffici portuali. Se parlare
di 50.000 passeggeri poteva sembrare anche al profano una previsione ridicola,
l’enormità del dato di 5 milioni di contenitori (TEU) previsti
nel porto di Genova entro pochi anni poteva sfuggire ai non addetti ai lavori.
E così, con un grande spreco di fantasia venivano sparate, a destra e
a manca, cifre da capogiro, che necessitavano con urgenza di una nuova linea
per evitare che il porto di Genova esplodesse.
Una logica procedura, in questo caso, porterebbe a fare tre tipi di indagine,
ossia:
1- quale è stato lo sviluppo del traffico merci del porto di Genova nel
lungo periodo dal 1965 al 2002;
2- qual è il suo sviluppo in un periodo più breve - prendiamo
5 anni recenti, dal 1998 al 2002.
3- come tali incrementi si possono inquadrare in uno scenario programmatico
globale del trasporto delle merci italiano
1) Nel lungo periodo, dal 1965 al 2002, ossia in 33 anni, la movimentazione
complessiva del porto di Genova è passata da 51.554 a 52.848 mila tonnellate,
registrando un incremento di 1.294.000 tonnellate, ossia del 2,51% in
33 anni: circa uno 0,075% all’ anno !!
2) Negli anni dal 1998 al 2002 la crescita totale delle merci movimentate nel
porto di Genova è stata pari al 3,28% annuo (nel 2002 è stata
solo dello 0,9%). Tale crescita, se costruita su un grafico ad assi cartesiani,
presenta una linea caratterizzata da un forte balzo nell’anno 2000 e poi
da una stasi orizzontale che definisce una curva mediana tendente ad appiattirsi
in orizzontale. Il porto di Genova, nel 2002, è stato caratterizzato
da una crescita dei traffici di TEU pari allo 0,3% rispetto all’anno precedente.
Nel 2003 la crescita del traffico di Teu del VTE è stata dello 0,8%.
Dimenticando tuttavia i tristi risultati degli ultimi anni, 1.531.254 TEU del
2002 che subiscono un incremento del 3,28% annuo, posizionati sugli scenari
adottati dallo Studio Trasportistico del progetto di massima del Terzo Valico,
diventeranno i seguenti ( x mille):
- nel 2006 ( anno di prevista saturazione delle linee storiche): 1.741
- nel 2010 (scenario a breve termine): 1.981
- nel 2012 (anno di messa in esercizio delle gallerie del S. Gottardo): 2.144
- nel 2013 (scenario a medio termine): 2.183
- nel 2020 (scenario a lungo termine): 2.736
3) Lo scenario programmatico prevede un aumento dei traffici ferroviari in 20
anni pari al 115%. (Lo scenario programmatico globale è del 49%, tuttavia
si pensa giustamente di attribuire alle ferrovie una crescita dei traffici ben
più significativa di quella attribuibile al trasporto su gomma). Pertanto
1.605.946 TEU del 2003, diventeranno, se tutto va bene, nel 2023: 3.452.000.
A quando i 5 milioni di TEU?
Le previsioni di crescita delle merci
Tuttavia esistono alcuni criteri generali che in qualsiasi ragionamento di previsioni
a lunga scadenza andrebbero meglio approfonditi. Le previsioni di crescita dei
trasporti che hanno per lo più caratterizzato i progetti dell’Alta
Velocità si basano su alcuni assunti in correlazione fra di loro, ma
comunque contestabili:
1) l’andamento di crescita dei trasporti si disegna con una percentuale
di aumento costante negli anni (e all’infinito), pertanto si rappresenta
con una linea in salita che non subisce flessioni;
2) l’andamento di crescita dei trasporti si rappresenta con la stessa
percentuale di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL);
3) la crescita infinita del PIL.
Il primo assunto è opinabile perché la crescita dei trasporti
non può essere costante per due ragioni fondamentali: le trasformazioni
del mercato e la limitatezza delle risorse.
a) La tendenza del mercato oggi innegabilmente viaggia verso beni di massa inferiore
(basti confrontare ad esempio un vecchio IBM 360, con un computer palmare) oppure
dematerializzati (i beni cosiddetti soft) e questa tendenza favorisce una diminuzione
delle tonnellate trasportate. Inoltre le tecnologie informatiche consentono
già oggi di annullare le distanze: ovvero le relazioni virtuali consentono
di comunicare senza spostarsi.
b) Un eccesso di strutture e infrastrutture diminuisce lo stock di risorse non
rinnovabili e/o ne danneggia la rinnovabilità: vedi quanta risorsa spazio
potrebbe essere compromessa da tutti i distripack, centri logistici, centri
commerciali, aeroporti, ecc. che sarebbero necessari per far fronte ad una crescita
costante delle merci trasportate; vedi quante fonti idriche sono e saranno compromesse
dalle gallerie dell’Alta Velocità, ecc..
La crescita dei trasporti può nascere solo da un tipo di economia che
non è più auspicabile e che non va favorita dai governi del pianeta
per due ragioni:
a) per rispetto verso le generazioni che verranno dopo di noi alle quali non
possiamo continuare a sottrarre spazio vitale;
b ) per rispetto verso i paesi più poveri, dove la tendenza a esportare
e importare materiali in funzione delle lavorazioni povere (lavori “sporchi”
e/o poco remunerati) ha creato una nuova forma di colonialismo e di sfruttamento
che compromette la loro capacità di autodeterminazione e, in molti casi,
ha favorito il lavoro minorile.
Nel caso del secondo assunto, non è giusto definire la crescita dei trasporti
come funzione diretta della crescita del PIL.
Infatti, e si dovessero analizzare i fattori che compongono il PIL, anche in
questo caso, come già espresso sopra, ci si accorge quale peso sempre
più preponderante abbiano i consumi soft (i beni dematerializzati cui
fanno spesso riferimento eminenti economisti mondiali, tra i quali anche gli
italiani E.Gerelli e R. Molesti) ossia i consumi che non hanno massa o hanno
un peso di gran lunga inferiore ai loro contenuti di informazione e di utilità
(basti pensare ai CD). È finita l’era delle incudini e si avvicina
l’era dell’informazione. Anzi, gli stessi consumi informatici dovrebbero
ridurre (se non annullare) le distanze delle relazioni interpersonali e dei
rapporti di lavoro. La dematerializzazione dei bisogni è sicuramente
in corso, ma deve essere incentivata e favorita proprio ai fini della conservazione
delle risorse materiali. Inoltre fanno parte del PIL anche i costi sostenuti
per malattie, incidenti, inquinamento, catastrofi, ecc. che non incidono di
certo, per il loro valore, sui trasporti delle merci e delle persone (infatti
il PIL è definito un “idolo falso e bugiardo” nella “Qualità
Sociale” di Giorgio Ruffolo)
In merito al terzo assunto, relativo alla crescita infinita dei consumi (PIL)
è lo stesso Comitato Scientifico di Economia e Ambiente, composto da
eminenti premi Nobel, che spesso propone, sotto aspetti interdisciplinari, due
ragionamenti.
1) Non si può sperare che la capienza dei mercati di beni materiali sia
infinita. La saturazione dei mercati oggi ci viene testimoniata proprio dalla
crisi di uno dei più importanti beni di consumo: l’auto. Tuttavia
esistono anche altri elementi (positivi o negativi che siano) che ci fanno credere
ad un calo dei consumi materiali:
- la forbice in espansione fra i paesi ricchi e i paesi poveri. Qualora si riuscisse
a trovare la soluzione per richiuderla (come nel caso della Cina), non si possono
più fondare i presupposti di un neosviluppo su un’economia di mercato
tradizionale e occorre comunque pensare ad un tipo di “progresso”
diverso dal nostro e non impostato esclusivamente sui consumi e sul PIL;
- la scarsa natalità di chi è oggi in grado di consumare senza
ritegno grandi quantità di merce: ossia i ricchi.
2) Non si può sperare che le risorse siano infinite. Da noi, ad esempio,
la risorsa “spazio” si sta esaurendo ad un ritmo sempre crescente.
I grandi centri commerciali che invadono la pianura (e oggi anche la collina)
sia quella compresa fra Novi e Serravalle, che il territorio della “Frascheta”,
soprattutto fra Pozzolo e Alessandria, non solo comprimono lo spazio, ma distruggono
sia le risorse agricole, sia le risorse idriche della falde superficiali; inoltre
renderanno più pericolosi i fiumi, esaltandone il carattere torrentizio.
La tendenza ad una rarefazione delle risorse dovuta principalmente alla produzione,
alla distribuzione e al consumo delle merci dovrà inevitabilmente creare
una mutazione negli elementi costitutivi del PIL a favore dei consumi a minor
impatto: e tale mutazione si ripercuoterà sui trasporti delle merci che
saranno di massa inferiore, o nulla.
E si ritorna pertanto a ragionare, in relazione alla sostenibilità ambientale
delle scelte, che è indispensabile, prima di qualsiasi decisione
operativa che possa influire sulla qualità del territorio e della vita
di chi ci abita,
a) valutare la reale necessità di un’opera in relazione al suo
impatto sulle risorse;
b) valutare le alternative di recupero dell’esistente in relazione alla
maggiore riduzione delle risorse che un’opera nuova potrebbe comportare.
Novi Ligure 29.04.2004
Milano Renato