dal "manifesto" 19.10.2003, di Guglielmo Ragozzino
Grandi opere in pensione
Il 24 ottobre a Verona manifestazione dei comitati locali contro i “mostri”
di Lunardi
VERONA
In una sala pubblica di Verona-Borgo nuovo, si sono riuniti sabato 18 ottobre
i comitati contro la legge obiettivo e i suoi molti mostri. Sul palco, tra due
striscioni contro la Tav ne campeggiava un altro con lo slogan: “Grandi
opere, piccole pensioni”. Uno slogan appropriato, non solo come compendio
della finanziaria di Tremonti. Infatti, la mattina di venerdì 24, a Verona
si terrà, come nelle altre città, la manifestazione sindacale
per lo sciopero generale sulle pensioni; ma si terrà anche il corteo
dei movimenti, per festeggiare la riunione veronese dei ministri europei dei
trasporti. E la prima decisione è stata quella di affidare la testa del
corteo ai social forum di Messina e di Reggio, nati e cresciuti intorno al Ponte
sullo Stretto.
La relazione era affidata a Erasmo Venosi, portavoce dei movimenti sul tema
dell'alta velocità. Venosi, dopo aver ricordato il punto segnato dai
movimenti con la sentenza 303 della corte costituzionale, fortemente critica
sulla procedura di semplificazione di modifica della Via, Valutazione di impatto
ambientale, una procedura che aveva inteso abolire ogni contraddittorio (“ogni
perdita di tempo”) con l'estromissione pratica degli enti locali, ha ripercorso
la politica del governo, basata su due capisaldi: la “riforma” tributaria,
con la riduzione della pressione
fiscale di 5,5 miliardi di euro (e il contemporaneo “inasprimento dei
tributi locali, regionali e comunali”).
Il secondo pilastro è il rilancio della politica delle infrastrutture,
attraverso la legge obiettivo, l'istituzione delle società Infrastrutture
e Patrimonio e l'applicazione della tecnica della cartolarizzazione. Le grandiose
opere che dovrebbero essere suscitate da questo magheggio sono decise in quello
che Venosi chiama “governo bonsai”: il Cipe, comitato di 8 ministri,
cui è demandato il compito di disegnare il rilancio dell'economia italiana.
Con la sua delibera 121 del dicembre di due anni fa, il Cipe elenca un gran
numero di opere che per il 95% attengono ai trasporti: ponti, strade, ferrovie,
tunnel. In tutto sono un centinaio di opere, poi ridotte a 26, poi a una dozzina;
fino a scendere a sette e poi finalmente a tre (e se non abbiamo riportato accuratamente
la sequenza delle grandi opere cascate giù dal pero, peccato). E sì
alla Genova-Milano sino al Gottardo, e no alla Torino-Lione, e no al Ponte di
Messina.
Il super Ponte, sempre in testa ai pensieri del capo, al punto di essere diventato
il logo elettronico della presidenza del consiglio, il tormentone, sempre al
primo posto, fino alla semifinale delle sette grandissime opere, è invece
rimandato: escluso al livello delle ultimissime tre. E Santina e Federico che
sono a Verona per rappresentare i social forum di Messina e Reggio ironizzano
su come saranno rimaste male le cosche che ci avevano creduto e si erano organizzate
e notano che la gente-bene messinese ha accettato la desertificazione ormai
ventennale, il blocco di ogni iniziativa, consolandosi con la giaculatoria del
“tanto si farà il
Ponte”.
Parla poi un esponente dei movimenti della valle d'Aosta, contro il ritorno
dei Tir, contro i corridoi, “nocivi e velenosi”. E fa due proposte.
Propone di rifare i conti del trasporto su gomma e dei danni che arreca nel
sistema alpino e quindi suggerisce di portare al'interno delle tariffe i costi
veri, scoraggiando così il traffico merci su gomma. Per tutto il tempo
del blocco della galleria sotto il Monte bianco, i traffici sono andati avanti
lo stesso; segno che c'è modo di trasferire il traffico su ferro (o per
mare). La seconda proposta, vista la proprietà delle autostrade (il gruppo
fa capo a Benetton) è di andarlo a dire a Treviso a Benetton, “bello
e
visibile” con il suo ipermercato.
“No al terzo valico” lungo la Genova-Milano, viene proposto da
un rappresentante di un movimento ligure (per capirci, Angelo Albasio)
Che poi chiarisce che i valichi già adesso sono sei e sono effettivamente
esagerati per collegare il mare alla pianura padana. E cita lo studio primigenio
del 1991 che contava su 55.000 pendolari al giorno sulla linea Milano-Genova.
In realtà facendo meglio i conti, le persone che viaggiano giornalmente
sono circa duemila. Intanto sull'affare si sono gettati in molti, l'intero Gotha
del capitalismo italiano di allora, dalla Montedison di Gardini alla Fiat dell'Impregilo,
da Ligresti a Gavio. Dalla Gambogi alla Del prato.
Intanto tra progetti e stampati, tra banchetti e celebrazioni, tra sondaggi
scavi preparatori se ne sono andati 1000 miliardi. Non solo ma per perforare
la galleria di servizio si è gettato tanto olio sulla trivella da inquinare
tutta la falda.
Anche Pecoraro Scanio è della partita e parla dei fondamentalisti delle opere pubbliche e poi spiega che quelli in malafede rubano, mentre quelli in buonafede sono i fondamentalisti. E poi insiste sul fatto che occorre fermarli adesso i costruttori di follie, perché dopo, con il governo di centro sinistra, sempre che non prevalga una simile frenesia costruttrice (e tutti pensano al sì di Rutelli, in campagna elettorale, al gran Ponte) il massimo che si potrà fare è cercare laicamente di dar corso alla riduzione del danno.
Il giorno precedente la giornalista Anna Maria Merlo, sempre su "il Manifesto" aveva scritto che non ci sono fondi per queste opere e che i privati si guardano bene dal finanziarle
"La favola è bella, e presidenza italiana della Ue e Commissione
se ne contendono la paternità: il Consiglio europeo si è concluso
ieri a Bruxelles con l'approvazione dell'ambiziosa “iniziativa
di crescita” per rilanciare gli investimenti nelle grandi infrastrutture
e dare così una spinta alla crescita economica. Ma, se l'idea è
buona ed è in giro già da dieci anni (a Essen, nel `93 era stato
lanciato il “piano Delors” con il libro bianco dei 14 progetti,
di cui solo 3 hanno cominciato ad essere messi in pratica), al di là
del conflitto di paternità tra Giulio Tremonti e Romano Prodi, spiattellato
urbi et orbi anche nella conferenza stampa finale, c'è il forte rischio
che la montagna partorisca un topolino. Per una ragione semplice: dove
trovare i soldi per finanziare i 29 progetti, che dovrebbero costare 220 miliardi
di euro entro il 2020?
Tremonti ha voluto il “quickstart”, cioè far partire subito
“un piccolo numero di progetti” ha precisato Prodi. Tremonti è
sbrigativo, afferma che l'Italia ci ha messo “la benzina”, cioè
avrebbe trovato la formula per i finanziamenti. Prodi dovrebbe ottenere - ma
la cosa non è ancora passata - che un aumento del contributo comunitario
dal 10 al 30 per cento del valore dei progetti. Il tutto però, senza
toccare i vincoli del piano di stabilità e a finanziamento costante dell'Ue
. Un'equazione senza soluzione: l'Ue potrebbe destinare dei fondi strutturali
a questo finanziamento, ma la cosa non solleva gli entusiasmi perché
ogni stato preferisce spenderli come più gli aggrada. Per il momento,
la Commissione può mettere sul tavolo 5 miliardi di euro, mentre spera
che la Bei (Banca europea degli investimenti) ne versi almeno 50.
Il primo ministro lussemburghese, Jean-Claude Juncker, uno dei pochi all'Ue
che può permettersi il lusso di parlare chiaro, ha affermato ieri che
è però “essenziale non sovraccaricare la Bei”. Ma
per Tremonti la soluzione è “il capitale privato”, che dovrebbe
ricevere “garanzie”, se i progetti andranno in alto mare.
Ma la storia recente insegna: la Bei non è per nulla entusiasta ad investire
nelle reti ferroviarie e ha già rifiutato di finanziare il programma
Galileo. Ma sono proprio le reti ferroviarie a fare la parte del leone dell'“iniziativa
per la crescita”, e tra i 29 programmi prescelti c'è anche Galileo.
Inoltre, il capitale privato non è facile da attirare: in una nota interna
la Commissione lo ammette, ricordando che agli investitori privati “non
potrà più essere fatto una seconda volta il brutto colpo di Eurotunnel”,
dove il valore dell'azione è stato decimato dal mercato lasciando i piccoli
azionisti che avevano investito con entusiasimo nel progetto del tunnel con
le tasche vuote. Lo “stimolo finanziario” rappresentato dall'apporto
accresciuto dell'Unione e dall'intervento della Bei, su cui insiste Tremonti,
sembra poca cosa.
La lista dei progetti è molto eterogenea, va dal rafforzamento delle
reti ferroviarie pan-europee fino agli investimenti nel “capitale umano”,
nella ricerca e sviluppo e nella formazione, passando per l'energia e le telecom.
Nel comunicato finale, dove si insiste sulla lotta alla deindustrializzazione,
il Consiglio di Bruxelles riprende i toni dell'iniziativa franco-tedesca sulla
crescita.
Ma la disoccupazione è in crescita, la ripresa continua ad essere annunciata
ma non si vede ancora, i principali paesi sono in recessione o la stanno sfiorando,
mentre sfondano il tetto dei parametri di Maastricht, soprattutto per quanto
riguarda i deficit (ma anche sul debito le cose non vanno bene).
In ogni caso, per avere informazioni più concrete sui progetti prescelti bisognerà aspettare il Consiglio europeo del 12-13 dicembre prossimi. Fino ad allora è aperta la battaglia per accaparrarsi i progetti che sono già a un buon stadio di studio, che hanno una chiara natura transfrontaliera, delle potenzialità di innovazione tecnologica e sono ecologicamente sostenibili.”