Il progetto MILLE TRENI
di Pier Paolo Poggio - 2

Di fronte all’avveniristico progetto di spostare il porto di Genova-Voltri nell’entroterra, tramite mille treni porta-container al giorno, si stanno formando diversi schieramenti: il più numeroso, al momento, è quello di coloro che non ne sanno nulla e che, in ogni caso, non hanno un’opinione in merito.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo gruppo di persone ha un peso determinante, infatti, in un sistema democratico, la vittoria o la sconfitta dipende dalla capacità dei diversi “partiti” di spostare dalla propria parte la massa di coloro che sono senza partito, senza un’opinione precisa, senza un apparente interesse diretto rispetto a questo o quest’altro problema o scelta politica. Su una tale “sovranità” dell’uomo qualunque sono stati versati fiumi di inchiostro e non è il caso qui di aggiungere alcunché. Bisogna però tener conto che su questo terreno si giocherà la partita decisiva, innanzitutto sul piano locale, cioè nei territori direttamente interessati. É vero che appellandosi a interessi che, per autodefinizione, si pretendono superiori: nazionali, generali, comunitari, dell’economia, del progresso, dell’Occidente, e chi più ne ha più ne metta, si tende sempre più spesso ad accantonare le laboriose pratiche democratiche, considerate costose e inconcludenti, per far valere il pregio del decisionismo, cercando quindi di convincere la maggioranza disinformata e disinteressata a rimanere tale, neutralizzando la democrazia.
Resta il fatto che il raffreddamento della partecipazione, vitale per ogni tipo di oligarchia o tecnocrazia, è più difficile da ottenere, nonostante l’uso continuativo delle ben note armi di distrazione di massa, allorché i problemi, le scelte e questioni controverse toccano direttamente l’ambiente di vita dei singoli. Di qui il diffondersi di conflitti “locali” che incontrano il massimo di riprovazione e di stigmatizzazione, essendo considerati una sorta di riedizione piccolo-borghese del peggior reazionarismo contadino.
Per effetto di ignoranza, mentalità ristretta, egoismo, diffidenza verso il nuovo, cittadini di norma apatici si mobilitano quando qualche grande opera di interesse collettivo, nazionale, europeo, ecc., viene ad interferire con il loro quieto vivere: essi pretendono che il loro “giardino” non venga toccato. Nell’ottica dei fautori delle “grandi opere”, e della quasi totalità degli organi di informazione e formazione dell’opinione pubblica, come in tutti gli altri casi, gli oppositori attuali e futuri del progetto “mille treni” rientrano in tale poco onorevole categoria. Possono sì far sentire la loro voce, esporre le loro ragioni, ma vengono collocati da subito in una posizione di inferiorità, come dire, ontologica ed etica. Insomma dovrebbero vergognarsi di dare spazio alle loro meschine e ristrette esigenze, tralasciando il progresso, lo sviluppo e, soprattutto, la competitività della nostra economia nel mercato globale.
Abbiamo così sommariamente delineato, ponendoci nell’ottica del racconto che va per la maggiore, i tre schieramenti in campo: i favorevoli, i contrari, gli indecisi. Come detto, sono questi ultimi l’obiettivo delle strategie argomentative poste in atto dagli altri due partiti.
Le prime mosse, come sempre avviene in questi casi, sono state fatte dai fautori dell’opera che hanno cercato di sbaragliare il campo con una sorta di “blitzkrieg”, essi sanno infatti che il fattore tempo è decisivo. Se le trattative si protraggono, se si entra in una guerra di posizione, il rischio che il progetto imploda è molto forte. Hanno quindi presentato un progetto avveniristico, unico al mondo, dovuto ad un gruppo di cattedratici del Politecnico di Torino, ma, contemporaneamente, hanno proclamato che l’opera sarebbe stata pagata dagli imprenditori che la propugnano, altro primato mondiale, infine hanno potuto far pesare sul piatto della bilancia il consenso concorde delle due Regioni, Piemonte e Liguria, per diretto interessamento, almeno così sembra, dei due Governatori, non solo dello stesso schieramento politico, ma addirittura esperti in proprio, a vario titolo, della materia in questione.
Apparentemente non c’è partita, e il primo obiettivo è proprio quello di demoralizzare il fronte avverso: come ci si può opporre a qualcosa su cui c’è il consenso unanime della scienza, dell’economia e della politica? Ovvero, lo si può fare sfruttando le opportunità offerte dalla democrazia, ma combattendo una battaglia di retroguardia, reazionaria e perdente.
Senza la pretesa di dimostrare qui ed ora il contrario, riteniamo interessante sintetizzare alcuni degli argomenti che si possono opporre al progetto “mille treni”. Siamo certi che altri ne emergeranno se il progetto verrà adeguatamente analizzato e discusso, ancor prima di dover produrre possibili alternative, modifiche, aggiustamenti, alleggerimenti dell’inevitabile impatto ambientale. Succede infatti che gli oppositori delle “grandi opere”, avendo in qualche modo introiettato il senso di colpa indotto dalla corale stigmatizzazione che colpisce “coloro che si limitano a dire no”, frapponendosi come ostacoli al corso della storia, sempre più si impegnino nel proporre delle vie d’uscita che consentano comunque di non fare infuriare gli dei, ovvero i portatori degli “interessi superiori”, a cui si sta recando offesa.
Si sprecano in questi casi gli appelli alla ragionevolezza ma, in linea di principio, è un atteggiamento irrazionale, frutto di un complesso di inferiorità e della introiezione della subalternità che è il fine strategico delle argomentazioni del fronte avversario. L’onere della prova spetta a chi fa la proposta e non viceversa. E su questo terreno la montagna ha partorito un topolino: la sproporzione tra gli obiettivi e gli elementi fattuali portati a sostegno è scandalosamente grande. Tanto da indurre il sospetto che non si sia voluto spendere soldi e tempo per fornire nemmeno uno straccio di motivazioni agli abitanti delle plaghe alessandrine destinatarie del progetto “mille treni”. Il loro valore è stato considerato pari a nulla, debbono semplicemente dire di sì e togliersi di mezzo. Stiamo esagerando per ritorsione? Niente affatto. Il progetto è stato presentato ufficialmente senza che contenesse un solo rigo su quel che succederà dal momento in cui i treni usciranno dalla galleria che attraverserà l’Appennino. Come dire, si accapiglino tra di loro gli ovadesi, novesi e così via... per decidere quali aree del territorio sacrificare per infrastrutture logistiche di dimensioni paragonabili – questo lo dicono – a porti come quello di Amburgo se non di Rotterdam.
Gli oppositori del progetto, prima ancora di un esame analitico di ciò che contiene, sono pienamente legittimati a respingerlo per quel che proditoriamente ignora, vale a dire il destino che si prepara per il loro ambiente, lo sconvolgimento totale del territorio, la fine della speranza in un futuro migliore.
Per dimensioni, filosofia ispiratrice, caratteristiche intrinseche, conseguenze ambientali, economiche, sociali, il progetto “mille treni” merita di suscitare la più vasta, costante e determinata opposizione da parte delle popolazioni interessate. Esso non le prende in considerazione, certamente per arroganza, ma anche perché non è facile dire loro ciò che li attende. Meglio che rimangano nell’ignoranza.
Ne consegue che il primo obiettivo degli oppositori è quello di dare la più ampia pubblicità al progetto, prima che gli interessi che lo sostengono riescano a far breccia nelle istituzioni locali. Un tale lavoro di pubblicizzazione va sicuramente sostanziato dal vivisezionamento dei pochi elementi messi a disposizione, tenendo ben presente che l’essenziale è tutto nelle scarne pagine del progetto di prefattibilità. Le montagne di carta che produrranno in seguito non ne cambieranno la sostanza.
La discussione pubblica è necessaria, quale che ne sia l’esito, per porre rimedio al vulnus che è stato inferto alla democrazia attraverso il tentativo di porre di fronte al fatto compiuto non solo le popolazioni, come spesso succede in questi casi, ma le stesse istituzioni rappresentative del territorio, che, a loro volta, debbono decidere con chi schierarsi: i loro amministrati oppure le entità superiori, sovralocali, con gli interessi che rappresentano e il ruolo politico che ricoprono. Una scelta non facile, che potrà essere confermata in senso apertamente critico verso il progetto solo se gli amministrati non faranno mancare il loro caldo sostegno agli amministratori.
Sicuramente al primo posto tra le ragioni per contestare il progetto “mille treni” ci sono le conseguenze del tutto negative che avrebbe per le comunità coinvolte, per un territorio che non ha nessuna delle vocazioni a cui si vorrebbe sottometterlo forzatamente, sconvolgendone la storia. la geografia e l’ambiente. Non mancano però motivazioni d’ordine generale che potranno essere utilmente sviluppate. Anche considerando nulle, come è stato fatto, le conseguenze sul contesto territoriale direttamente investito dalla creazione di enormi infrastrutture logistiche tra Ovada e Novi Ligure, il progetto è criticabile sotto molteplici altri punti di vista. Proprio il suo futurismo tecnologico è espressione di un balzo nel passato: è una macchina del tempo che ci conduce in pieno positivismo ottocentesco. Le previsioni economiche su cui si regge, le incredibili deviazioni dei flussi di traffico ipotizzate, sono campate per aria. Se non si riuscirà a fermare il treno irresponsabilmente messo in marcia, ci resterà in eredità, questo sì, la più grande opera di archeologia industriale che sia mai stata realizzata in quanto tale.
Quelli elencati sono alcuni dei motivi per dire no al progetto.
È ancora una volta la lotta di Davide contro Golia. Questo non vuol dire che l’esito sia assicurato, tutt’altro. Il partito degli oppositori ha buone carte da giocare. Se lo saprà fare, il rischio del più grande disastro mai concepito a tavolino a danno del nostro territorio potrà essere sventato.

Ovada, 20 luglio 2006

Pier Paolo Poggio