Pro Natura Notiziario Anno 33 - n. 12- Dicembre 2006
Alessandrino: Terzo valico ferroviario di Pier Luigi Cavalchini

Simpatica la situazione che si sta venendo a delineare nelle nostre lande di frontiera, in quella piana alessandrina che da una parte porta opersi e impiegati all’industria milanese e, dall’altra, ad una non meglio identificata “terra ligure” zeppa di montagne, gallerie, nodi autostradali e vie di fuga per le vacanze.
Situazione quanto mai complessa e problematica che cercherò di illustrare.

Si tratta della questione nota come “<Terzo valico ferroviario” già noto – negli anni ’90 dello
scorso secolo – come “collegamento ferroviario ad alta velocità tra Milano e Genova” e ora riproposto come percorso ad “alta capacità” prevalentemente per trasporto merci.
Per la verità il termine “Terzo valico” non fa giustizia della realtà in quanto si andrebbe a
forare l’Appennino ligure piemontese per circa 40 chilometri con una nuova opera che
sarebbe, di fatto, il sesto valico e non il terzo. Ma lasciamo perdere questo aspetto, d’altra parte già affrontato, anche su questo giornale, da amici “non rassegnati” quali Renato Milano del WWF di Novi Ligure e Antonello Brunetti di Castelnuovo Scrivia; vediamo, piuttosto, cosa è successo
in quest’ultimo trimestre che, vi assicuro, non ha nulla da invidiare ad una commedia plautina. Inizialmente, all’insediamento di Prodi al governo, la Commissione grandi opere della Comunità Europea, per bocca della commissaria De Palacio, ha riconfermato l’iscrizione (e successivo finanziamento) del “terzo valico ferroviario” nell’elenco delle priorità europee, per poi subito contraddirsi quando si andava a verificare come sarebbe dovuto avvenire il finanziamento.
E lì, un’altra volta, è cominciato un insulso balletto su chi avrebbe dovuto presentare e sostenere le operazioni finanziarie in buoni da immettere sul mercato, non arrivando sostanzialmente a nulla.
Nel frattempo, per l’ennesima volta, si comunicava in pompa magna l’inizio lavori con lavorazioni fantasma in quota, con fori pilota e annessi cantieri che vedevano la presenza di personale una volta ogni quindici o venti giorni. Poi si è cominciato ad avvertire qualche scricchiolio in due convegni (svoltisi a giugno e a settembre di quest’anno) uno ad Alessandria e l’altro a Genova dove, incredibilmente e inaspettatamente, si cominciava a mettere in dubbio tutto quanto il castello
sostenuto per anni; a partire dalla constatazione che il porto di Genova tratta oggi praticamente gli stessi tonnellaggi in container e altri materiali che già trattava venticinque anni fa, che forse sarebbe possibile utilizzare (potenziandole adeguatamente) le vie ferroviarie di accesso al Piemonte che
già esistono, per concludere con un salomonico e dipietresco: “I soldi non ci sono e non chiedeteci altro”.
Lo stesso responsabile di RFI, Mauro Moretti, ha tranquillamente ammesso che ci sono state valutazioni avventate e che bisognerà trovare soluzioni più consone alle risorse del territorio. Una bella inversione davvero! Che da una parte ci rallegra e ci permette di farci i complimenti gli
uni con gli altri ma che, dall’altra, lascia sinceramente l’amaro in bocca.
Ma non è finita qui. Le reazioni più incredibili sono state quelle degli amministratori locali:
della Provincia di Alessandria e anche della Regione nella persona dell’assessore Borioli che evidentemente superati dagli eventi, hanno cercato in tutti i modi di ribadire la non venuta meno necessità e importanza dell’opera con un occhio allo sviluppo locale (dal loro punto di vista) e sotto la spinta delle compensazioni attese da una pletora di questuanti.

Effettivamente pare che tutta l’operazione di frenata e inversione in atto sia stato ideata e portata avanti, seppure con contraddizioni, dal cosiddetto decisore centrale.
Forse in questa luce è da leggere anche la notizia delle notizie di questi giorni con le dimissioni dall’AISCAT (società autostrade) el presidente Palenzona, enfant prodige della nostra beneamata landa di frontiera.
Quali sono gli interessi in gioco? Beh, se si dovesse ripiegare sulla sola risistemazione delle linee esistenti con adeguamento di parte del porto di Genova in spirito non invasivo, ci si andrebbero a giocare gli attuali previsti appalti per un ammontare di circa un miliardo di euro, fra opere dirette e indirette, facendo un favore all’ambiente, all’economia e ad un corretto rapporto con il territorio
ma, di contro, andando a dispiacere qualcuno, che dovrebbe capire che prima o poi l’aria cambia.
Quindi, tirando le somme, sono due i filoni su cui dovrebbe impegnarsi il movimento ambientalista, autore, sulla questione specifica, di un nuovo ricorso, ma che non vuole e non deve limitarsi a carte bollate e richieste di risarcimento.
Il primo filone è politico, stanando nel più breve tempo possibile i due o tre burattinai che, dopo aver lucrato sulla questione, ed essersi un pochino bruciati, stanno riorganizzandosi. Qui potremmo trovare nel mondo dei partiti e dei consiglieri in Regione alleati trasversali su cui bisogna far leva. Per esempio richiedendo una forte progettualità autonoma ed innovativa nel difficile passaggio
del traffico merci da gomma a rotaia con opportuni interventi, anche legislativi, di indirizzo e incentivo.
L’altro filone, ma non molto distante dal primo è strettamente economico e dovrebbe rivedere in campo un movimento ambientalista preparato, equilibrato e con le idee chiare che vada alla resa
dei conti con Confindustria, con la Confai (visto che l’80 per cento del fatturato piemontese
è prodotto da aziende al di sotto di 50 dipendenti), con il mondo del Commercio e Artigianato, del Turismo e dell’Agricoltura.
Cioè con chi fa l’economia e ci vede, a torto, come dinosauri sopravvissuti al Giurassico e a cui va benissimo che i loro interlocutori siano fuori gioco fin dall’avvio di un’eventuale ipotetica partita.
Si tratta, in sostanza di stringere i ranghi, sfruttare le nostre migliori risorse, studiare soluzioni alternative già praticate all’estero, essere presenti agli appuntamenti che contano, ramificando le nostre esigue forze il più possibile, senza timore di doversi confrontare con scelte e culture diverse.