Dal Wall Street Journal , Federico Valerio ha tradotto il seguente articolo pubblicato nel lontano 1993 e ciò per buona pace del ministro Matteoli e dei sostenitori dei "Termovalorizzatori"
L'INCENERIMENTO DEI RIFIUTI: UN DISASTRO ECONOMICO
Chi sostiene che gli inceneritori siano la risposta più diffusa nei
paesi moderni, per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti urbani,
dovrebbe conoscere e meditare sull’esperienza degli Stati Uniti.
Anche nel campo dell’incenerimento dei rifiuti gli Stati Uniti sono stati
dei precursori.
Già alla fine degli anni ’30, circa 70 città americane utilizzavano
impianti di incenerimento. Dopo la seconda guerra mondiale, l’uso di inceneritori
aumentò, con la tendenza a realizzare impianti di maggiore capacità,
tuttavia le tecnologie utilizzate, pur adeguate ai tempi, ponevano scarsa attenzione
all’efficienza della combustione e alla riduzione delle emissioni inquinanti.
Alla fine degli anni ’70, gli inceneritori statunitensi adottavano sistemi
"moderni" per l’abbattimento degli inquinanti (precipitatori
elettrostatici, filtri a maniche) ma, contemporaneamente, studi più attenti
dimostravano come le ceneri emesse da questi impianti contenessero quantità
rilevanti di metalli tossici (piombo, cadmio, mercurio). Fu così necessario
introdurre più efficienti impianti di abbattimento che, alzando i costi,
rendevano meno vantaggioso, dal punto di visto economico, la costruzione di
nuovi impianti. Questa situazione fu la causa di una progressiva chiusura di
questo tipo di impianti: nel 1965 , negli Stati Uniti, erano operanti 289 inceneritori;
circa dieci anni dopo , nel 1974, si potevano contare solo 114 impianti .
Nei quindici anni successivi la situazione non dava segni di miglioramento.
Infatti, nel 1990, risultavano in funzione 140 inceneritori, con una capacità
di incenerimento di 92.000 tonnellate di rifiuti al giorno. Tuttavia, tra il
1982 e il 1990, 248 progetti di inceneritori (con una capacità complessiva
di trattamento pari a114.000 tonnellate al giorno) erano cancellati. E, se nel
1990 l’EPA prevedeva che nel 2000 gli Stati Uniti avrebbero incenerito
il 26 % dei loro rifiuti, nel 1992 la stessa Agenzia abbassava la stima al 21
%. Nei fatti, il mercato degli inceneritori statunitensi mostrava andamenti
anche peggiori delle previsioni; infatti, nel 1997, le statistiche verificavano
che gli inceneritori avevano trattato solo il 16 % dei rifiuti prodotti in questo
paese, a fronte del 35 % di rifiuti avviati al riciclaggio, tecnica di smaltimento
in forte e costante crescita, come confermano i più aggiornati obiettivi
fissati da numerosi stati federali: riciclare il 50% dei propri materiali post
consumo, entro il 2000
La spiegazione del perché gli USA abbiano relegato ad un ruolo marginale
l'incenerimento dei rifiuti urbani è stata autorevolmente fornita dal
"Wall Street Journal" che, in un articolo, comparso nell' edizione
del' 11 Agosto del 1993, avvertiva i suoi lettori che l'uso degli inceneritori,
per smaltire i rifiuti urbani, era un vero e proprio disastro economico per
le amministrazioni pubbliche e per il contribuente.
Riportiamo una sintesi dell'articolo del più importate quotidiano finanziario
internazionale:
''Gli organismi pubblici che hanno incoraggiato la costruzione di inceneritori
hanno posto scarsa attenzione agli aspetti economici dell'incenerimento dei
rifiuti. In sintesi, il bilancio economico di questo trattamento è terribile,
in quanto costringe gli utenti ed i contribuenti a pagare migliaia di milioni
di dollari all'anno in più , rispetto ai costi per il trattamento tradizionale
dei rifiuti (la discarica, n.d.t.). Infatti, il costo medio del trattamento
rifiuti, tramite incenerimento, è di 56 dollari a tonnellata, il doppio
del costo medio del trattamento in discarica. Il problema è questo: nei
primi anni '80, città e comuni statunitensi furono oggetto di una pesante
campagna di informazione sulla mancanza di spazi per nuove discariche e sull'incenerimento
quale unica soluzione a questa carenza. Forti di questa emergenza, le compagnie
che gestivano inceneritori proponevano contratti in cui si costringevano i governi
locali, per tutto il periodo d'attività degli impianti (20 anni) o a
garantire una quantità fissa di rifiuti da trattare nei loro impianti
(a scapito del riciclaggio e di politiche finalizzate alla riduzione della produzione
di rifiuti, n.d.t.), oppure a pagare costose penali.
La crisi dei rifiuti - affermava il Wall Street Journal- era più fittizia
che reale, realizzata ad arte per agevolare in vari modi i produttori di inceneritori.
Ad esempio, nella costruzione d'impianti per la produzione di elettricità
dai rifiuti, il settore pubblico si accolla i rischi finanziari dell'operazione,
mentre le compagnie che forniscono e gestiscono gli impianti impongono alle
municipalità norme contrattuali "capestro", quali l'invio agli
impianti di una costante quantità di rifiuti ad un prezzo prefissato
(ovviamente rimunerativo per le aziende; n.d.t.).
Ma il futuro economico degli inceneritori -proseguiva il WSJ- potrebbe peggiorare,
per i seguenti motivi:
1) le città stanno affrontando costi crescenti per adeguare i loro impianti
di incenerimento alle più stringenti norme anti inquinamento. Gli inceneritori
sono importanti fonti inquinanti. In sintesi, un inceneritore è un impianto
che, pur trattando materiali relativamente innocui (i rifiuti urbani), produce,
con la combustione, numerose sostanze tossiche.
I maggiori costi per rendere ecologicamente compatibili i vecchi inceneritori
costringeranno i Comuni a raddoppiare le tasse sui rifiuti.
2) Le compagnie elettriche ostacolano una legge federale che, per favorire gli
inceneritori, le obbliga a comprare l'elettricità prodotta dagli inceneritori
a costi superiori a quelli di mercato. Mentre l'elettricità prodotta
da petrolio e carbone costa da 1 a 3 centesimi a kilowattore, l'elettricità
prodotta da un inceneritore è fatta pagare dai 6 a 11 centesimi di dollaro
.
3) La Corte Suprema degli Stati Uniti deve decidere se le ceneri degli inceneritori
sono, dal punto di vista legale, un rifiuto pericoloso. Non esiste dubbio sul
fatto che le ceneri siano effettivamente rifiuti pericolosi, in quanto contengono
grandi quantità di metalli tossici (piombo, cadmio, arsenico,..). Il
problema è che, negli anni ottanta, per agevolare (ancora una volta:
n.d.t.) la costruzione di inceneritori, molti Stati hanno dichiarato le ceneri
degli inceneritori "legalmente" non pericolosi.
Questo accorgimento formale ha permesso un vantaggio economico a favore degli
inceneritori, in quanto se le ceneri dell'inceneritore sono classificate come
pericolose il loro smaltimento costerebbe dieci volte di più. Questo
fatto costringerebbe gli inceneritori a triplicare le loro tariffe e questa
circostanza significa nient'altro che la definitiva chiusura di molti altri
inceneritori.
4) La Suprema Corte si deve pronunciare anche sulla costituzionalità
di un'altra agevolazione a favore degli inceneritori, ovvero obbligare i Comuni
ad inviare i loro rifiuti al costoso inceneritore locale, piuttosto che ad una
più economica discarica fuori comune. Per ovviare alla possibile bocciatura
di questa norma, alcune municipalità hanno trovato la soluzione: mantenere
bassi i costi dell' incenerimento, per attrarre clientela, ma raggiungere il
bilancio aumentando altre tasse.
Per vincere la concorrenza delle più economiche discariche, gli inceneritoristi
criticano l' EPA (Agenzia per la Tutela dell'Ambiente) per il favore che questo
organismo di controllo dimostra nei confronti delle discariche, ma il Direttore
della divisione rifiuti urbani ed industriali dell'EPA, Bruce Weddle, a tal
riguardo, ha categoricamente ed autorevolmente affermato: "Gli inquinanti
che un inceneritore manda nell'aria creano problemi sanitari a molte più
persone di quante siano danneggiate dai reflui liquidi prodotti dalle discariche."
A distanza di alcuni anni, il copione usato negli Stati Uniti per tentare di
imporre gli inceneritori ai cittadini americani, descritto nel citato articolo
del W.S.J, è riproposto in modo quasi identico, in Italia.
Nel nostro paese, a partire dalla metà degli anni '90, è in atto
una sistematica campagna diffamatoria contro le discariche, ritenute cause di
tutti i mali, dall'effetto serra alle ecomafie. Gli inceneritori invece, ribattezzati
con il più tranquillizzante termine di termovalorizzatori, sono diventati
la panacea per eliminare il problema rifiuti, risparmiare energia e denaro,
riqualificare il territorio, creare occupazione.
In realtà, anche nel nostro paese, gli inceneritori sono un disastro
economico i cui costi di esercizio non riescono ad essere coperti dai ricavi
della vendita della poca elettricità che riescono a produrre. Ad esempio,
l'impianto da 800 tonnellate al giorno proposto per Genova con la vendita dell'elettricità
avrebbe ricavato solo 16 miliardi di lire all'anno a fronte di un costo di 23
miliardi necessari per la gestione ordinaria di questo impianto.
Inoltre, il problema delle ceneri è tutt'altro che risolto se il modernissimo
e sponsorizzatissimo inceneritore di Brescia deve inviare le sue ceneri "volanti"
nelle miniere di salgemma tedesche, unico luogo sufficientemente sicuro, a fronte
della loro tossicità (da Venerdì di Repubblica).
E anche in Italia, come negli Stati Uniti, il pareggio economico degli inceneritori
può essere raggiunto facendo pagare al contribuente 900 lire a chilowattora
l'elettricità prodotta con i rifiuti, a fronte delle 300 lire pagate
per l' elettricità prodotta con carbone e petrolio, insomma una tassa
occulta sui rifiuti che non comparirebbe nei costi dell'incenerimento.
Ed è tutta italiana la giustificazione di questo regalo agli inceneritoristi:
per legge, i rifiuti urbani diventano una fonte di energia rinnovabile anche
se il migliore combustibile per gli inceneritori è la plastica che, anche
i bambini sanno, si produce utilizzando una risorsa non rinnovabile quale il
petrolio.
L'unica vera differenza tra gli Stati Uniti e l' Italia è una maggiore
oggettiva difficoltà italiana (e più in generale europea) di trovare
spazi idonei per le discariche.
Comunque, ricordiamo che gli inceneritori non risolvono affatto questo problema.
Infatti, ogni inceneritore ha sempre bisogno di una discarica dove inviare le
ceneri prodotte da questo impianto (pari al 30% in peso dei rifiuti inceneriti)
e dove stoccare i rifiuti tal quali nei periodi in cui l' inceneritore è
inattivo per manutenzione ordinaria e straordinaria.
Per fronteggiare questo problema i paesi europei hanno adottato l'innovativa
strategia di ridurre alla fonte la produzione di rifiuti, scelta, al momento
trascurata dagli Stati Uniti.
In particolare, la Comunità Europea si è posto l'obiettivo, entro
il 2001, di ridurre del 50 % la generazione dei propri rifiuti da imballaggi
.Pur con qualche difficoltà, questo obiettivo sembra raggiungibile. Ad
esempio, tra il 1991 e il 1998, la Svezia e la Germania hanno ridotto rispettivamente
del 20 % e del 13,4 % la loro produzione di rifiuti da imballaggio, pur in una
situazione di crescita economica e quindi di maggiori consumi.
In Italia, la strategia di ridurre la produzione di rifiuti stenta a decollare,
nonostante la buona adesione di aziende al CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi),
organismo che dovrebbe incentivare i produttori a ridurre la quantità
di imballaggi .
In questo campo c'è ancora molto da fare: una capillare e costante informazione
al consumatore, l'introduzione obbligatoria del vuoto a rendere, la promozione
del compostaggio domestico, l'introduzione della tariffa che premia economicamente
chi produce meno rifiuti.
A tal riguardo gli "amici" degli inceneritori enfatizzano gli alti
costi della riduzione e del riciclaggio dei rifiuti, in particolare quelli in
plastica.
Tale problema esiste, tuttavia, recentemente, l'Eco Istituto di Darmstadt ha
confermato i grandi vantaggi ambientali (minore inquinamento, maggiore risparmio
energetico, minore uso di risorse non rinnovabili) del riciclaggio della plastica
rispetto al suo incenerimento, ma ha anche potuto verificare che i costi di
queste due strategie per il trattamento dei rifiuti stanno convergendo. Attualmente
in Germania la raccolta, la separazione e il riciclaggio di una tonnellata di
contenitori di plastica di tipo diverso costa 2.100 marchi, a fronte di 1.080
marchi spesi se gli stessi rifiuti sono inceneriti. Tuttavia l'Eco Istituto
stima che entro il 2020 le due tecniche avranno lo steso costo (800 marchi per
tonnellata). E, a parità di costi, i netti vantaggi ambientali del riciclaggio
trasformeranno gli inceneritori in oggetti interessanti solo come esempi di
archeologia industriale.
Peraltro, anche in Italia, il costo del riciclaggio della plastica sta diminuendo
drasticamente. Da fonte COMIECO, nel 1996 il costo per il recupero di un chilogrammo
di imballaggi in plastica era 2.194 lire, ma nel 2000 già bastavano 495
lire. E anche la raccolta differenziata dei materiali post consumo in plastica
è in forte incremento: nel 1996, 225.000 tonnellate; nel 2000, 526.000
tonnellate, di cui 305.000 avviate al riciclo meccanico e 225.000 tonnellate
incenerite.
Il fattore critico che tra alcuni anni provocherà il crollo dei costi
del riciclaggio potrebbe essere l'introduzione di sistemi innovativi per la
separazione automatica dei diversi tipi di rifiuto. Un impianto con queste caratteristiche,
denominato SORTEC 3, in grado di dimezzare il costo del riciclaggio della plastica
era in funzione all'esposizione EXPO 2000 ad Hannover, dove sono state preannunciati
i progressi tecnologici del terzo millennio .
È significativo che nello stesso anno, a Sydney, il trattamento dei rifiuti
prodotti dal grande villaggio costruito per i giochi olimpici si è basato
solo su raccolta differenziata, riciclaggio e compostaggio, effettuati in un
apposito centro di trattamento realizzato ai margini del Parco Olimpico, un
mirabile esempio di cittadella dello sport realizzata seguendo le nuove regole
della sostenibilità e del basso impatto ambientale.
Insomma, nonostante i numerosi ed agguerriti padrini nostrani, tutto fa prevedere
che gli inceneritori non abbiano futuro.