26-4-1999

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I RIFIUTI : dalla termodistruzione
alle proposte alternative


0. Premessa : "a volte ritornano"

Quando si parla di grossi impianti di incenerimento rifiuti (oggi chiamati anche "ecovalorizzatori"), le informazioni non sono mai chiare. Se ne parla un po', poi si tace: e sembra quasi che l'idea sia stata rimossa. Poi rispunta con forza, con tanto di progetti pagati fior di milioni (soldi pubblici) e con qualche tesi che esalta l'assoluta innocuità dell'impianto cambiandone anche denominazione: da "forno" si passò a "termovalorizzatore", ed oggi si chiama "ecovalorizzatore" (che sta ancora meglio).

Del forno di Novi se ne riparla ogni volta che le acque tendono un po' a calmarsi. Se ne parlava un po' di tempo fa; poi c'è stata la levata di scudi del Comitato della Frascheta e sul forno è calato il silenzio. Oggi il forno risorge, piano piano, in sordina, magari addomesticando un po' l'opinione della gente con qualche apologia sui giornali di parte, qualche convegno, qualche incontro nei corridoi di palazzo.
Non è giusto entrare nel merito del sito dove andrebbe collocato il forno per non fare il solito triste discorso della difesa del proprio orticello. È giusto invece affermare che un termodistruttore di grandi dimensioni non andrebbe fatto da nessuna parte, se non in mezzo ad un deserto.
Siccome la disquisizione è molto lunga ed è bene anche citare la parte scientifica e le sue fonti, il presente intervento è diviso in più fasi.
Ossia: prima si cercherà di spiegare, con frequenti riferimenti ad una vasta letteratura mondiale, perché da un inceneritore escono sostanze molto pericolose e perché queste sostanze sono così pericolose.
Poi si cercherà di contestare alcune di quelle motivazioni "forti" usate per deporre a favore dei grossi impianti. Sono i fiori all'occhiello dei sostenitori, come il problema occupazionale, il recupero energetico e l'abbattimento dei costi di esercizio.
Infine affronteremo il tema delle possibili alternative, provando anche a fare una proposta.

Presupposti dell'intervento ambientalista sono due:
1) Il pianeta su cui viviamo è un "sistema chiuso" (a parte l'apporto esterno di energia solare) che dispone di risorse limitate: l'economista K. E. Boulding paragona la terra ad una navicella spaziale ... «nell'economia dell'astronauta la misura essenziale del successo dell'economia non è affatto la produzione e il consumo, ma la natura, l'estensione, la qualità e la complessità dello stock totale di capitale, includendovi lo stato dei corpi e delle menti umane che fanno parte del sistema».

2) Non è ammesso il "rischio accettabile"; ossia che a fronte del successo di una data tecnologia (nella fattispecie di un termodistruttore il successo è dato dalla "facilità" con cui vengono eliminati i rifiuti) si possano tollerare gravi effetti sulla salute e sulla vita della gente.

1. L'inceneritore produce sostanze pericolose

A detta dei massimi esperti in materia, da B. Commoner a G. Nebbia, a W. Ganapini, ecc. la termodistruzione dei rifiuti presenta dei grossi problemi per quanto attiene le emissioni in atmosfera di metalli pesanti, diossina e furani.
Fino a ieri il problema è stato sottovalutato in funzione della teoria del "rischio accettabile" che né la gente, né i lavoratori a rischio conoscevano. O se ne sentiva vagamente parlare con toni accademici e selettivi.
Oggi che il rischio diventa sempre meno "accettato" e più "noto" ci raccontano che i forni non emettono più nulla, o se emettono qualcosa la emettono entro i "limiti".
Non è vero che non emettono nulla e non è vero che le emissioni entro i limiti di diossina o metalli pesanti siano innocue.

1.1 Il pericolo dei metalli pesanti

Per quanto riguarda i metalli pesanti sono abbastanza note le ricerche dell'I.S.S. (Istituto Superiore di Sanità) riguardo il piombo, il mercurio, lo zinco ed altre particelle emesse dai forni operanti tuttora in Italia; è noto a chi è di mestiere anche il problema del mercurio uscito dagli inceneritori negli USA e in Canada.
È interessante anche la ricerca di qualche anno fa svolta dai Servizi di Igiene Pubblica del Ministero della Sanità ove si riscontra che su un campione di 30.000 tonnellate di emissione di polveri da inceneritori, in Europa, da 1.O5O a 2.100 tonnellate sono formate da cadmio (cancerogeno), piombo, mercurio e zinco.

In effetti il problema del mercurio e del cadmio, tanto per fare un esempio, diventa tangibile quando si leggono i dati di raccolta delle pile: a Torino, ad esempio, si recupera solo il 6,44% del totale del loro consumo (fonte: Federambiente 1991). Ciò significa che Torino getta in pattumiera circa 322 tonnellate di pile ogni anno. Stimando la percentuale media di mercurio (0,22% sul peso) e cadmio (0,02% sul peso) presente nelle pile significa che 773 chilogrammi di queste pericolosissime sostanze potrebbero finire in un inceneritore. Sappiamo che alle alte temperature il mercurio volatilizza e passa in atmosfera anche in presenza di precipitatori elettrostatici. Sappiamo che gli inceneritori sono grandi "concentratori" di metalli. Sappiamo anche che 773 chilogrammi di mercurio possono contaminare 155 milioni di quintali di cibo ! Oppure 773 milioni di metri cubi di acqua potabile ! E pare sufficiente !
I dati da cui si ricavano tali cifre sono forniti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Pertanto non devono entrare nel forno tutte le sostanze che contengono metalli pesanti e che oggi sono tantissime.
Basti pensare anche a tanti prodotti per la casa: gli involucri di molti alimenti, i tubetti delle salse e dei dentifrici, alcuni prodotti della cosmesi, i contenitori in alluminio (l'alluminio è ritenuto una delle cause del grave morbo di Alzheimer) i barattoli delle vernici i solventi, gli smacchiatori, la carta di certe riviste, ecc..
Metalli pesanti sono contenuti nei prodotti del fai da te, nel legno trattato dei mobili, nei prodotti di certi piccoli laboratori artigianali, nei contenitori di insetticidi, pesticidi e fertilizzanti, negli oli lubrificanti, ecc..
Inoltre potrebbe finire nel forno anche l'amianto contenuto ancora in parecchi prodotti presenti nelle abitazioni, e la lana di roccia (vedi il caso del reparto Ultrasil di Spinetta), ecc..
Gli stessi oggetti in gomma di uso comune contengono nitrofenoli, formaldeide, ossidi di metalli pesanti, ecc..

Inoltre è bene sapere che l'incenerimento dei rifiuti, rispetto al peso dei rifiuti conferiti, produce circa un 30% di scorie e ceneri "contaminate", e che pertanto il problema della discarica non viene azzerato, come molti pensano, ma solo ridotto dei 2/3.
Infatti, una ricerca che ci giunge dal Friuli Venezia Giulia attesta che da 152.000 tonnellate di rifiuti inceneriti si sono prodotte 45.500 tonnellate di scorie e ceneri, le quali, essendo contaminate da una notevole concentrazione di metalli pesanti, possono essere avviate solo a certi tipi di "discariche per rifiuti speciali" (e non più solidi urbani).

1.2 Il pericolo delle diossine

Per quanto riguarda la formazione delle 75 diossine clorurate possibili (policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, ossia PCDD e PCDF, oppure le Tetra... ecc., TCDD e TCDF), esse sono presenti nel materiale organico che in un forno può derivare sia da una combustione incompleta sia da reazioni di sintesi termica. Pertanto la diossina è presente nei rifiuti non completamente distrutti, oppure è formata dai suoi precursori organici come il PVC (polivinilcloruro, una delle plastiche più diffuse - 900.000 tonnellate consumate nel 91 in Italia), oppure è formata da una serie di reazioni termiche, oppure è originata dalle specie clororganiche che sopravvivono alla combustione, (oppure, ecc. ecc.).

Per esempio, tutti i rifiuti che possono produrre diossine non devono assolutamente entrare nel forno; quindi tutte le plastiche alogenate (ossia quelle che contengono il cloro, come il PVC), tutta la carta che contiene cloro (in Italia la carta contiene ancora pentaclorofenolo e metazolo) ecc. ecc..
Tutto questo alla luce delle più affermate ricerche secondo cui la diossina che può essere abbattuta nella camera di post-combustione si riforma dopo, per condensazione, tramite l'unione a 500° del cloro delle plastiche e della lignina dei rifiuti cartacei (pseudosintesi). Si riteneva che l'unica tecnologia in grado di ridurre drasticamente la diossina sia la termodistruzione al plasma (ossia, a mezzo di un gas portato alla temperatura di 5.000 gradi) a costi immensi e dove, comunque, la pericolosa sostanza è sempre presente in misura di 0,5 miliardesimi di grammo per metro cubo.

Si dà il fatto che nessun inceneritore riesce quindi ad ossidare completamente i materiali organici emessi dai gas di scarico e che in questi materiali sono presenti le diossine.
Citare la vasta letteratura scientifica a cui si ispira questa affermazione occuperebbe troppo spazio, è preferibile in questa stesura limitarsi ai nomi di qualche ricercatore fra i più noti: B. Commoner, T. Webster, K. Shapiro, M. Mac Namara, J. H. Skinner, G. Viviani (annuali dell'Istituto Superiore di Sanità), S. Allegri (Università di Pavia), e molti altri.

Una campagna di analisi di 9 mesi su un moderno inceneritore operante con una portata giornaliera di 240 tonnellate di rifiuti solidi urbani ha stimato una produzione annua di diossina (PCDD) pari a 481 grammi e di furani (PCDF) pari a 528 grammi. Nonché una produzione delle pericolosissime TCDD pari a 56 grammi/anno e dei TCDF pari a 134 grammi/anno (F. Gizzi ed altri ..... si omette di citare il titolo della ricerca perché è troppo lungo- comunque si veda "Oltre lo Spreco" di L. Mara). Sembra poco, è vero, si parla di grammi: tuttavia vedremo in seguito il loro immenso potere distruttivo raffrontandolo ai limiti ammessi dall'Organizzazione Mondiale della Sanità che non si esprime in grammi, ma in minuscole frazioni di grammo espresse con 12 zeri dopo la virgola.
Infine possono esistere anche fenomeni di sinergia fra diossine e metalli pesanti, in quanto, secondo alcuni ricercatori (L. Stieglitz, da uno studio del 1988) i metalli pesanti, ed in particolare il rame, eserciterebbero un effetto catalitico nella formazione delle diossine.

A tutt'oggi nessun sistema di abbattimento garantisce che non vi sia alcuna esposizione alle diossine per l'uomo, la donna e l'ambiente. Questo è molto importante, poiché solo la totale mancanza di queste sostanze nel suolo, nell'aria e nell'acqua è l'unica situazione tollerabile.
Commoner e gli altri ricercatori evidenziano come i migliori sistemi di depurazione oggi in uso, pur trattenendo parte delle diossine, «....non permettono di arrivare ad un livello di accettabilità ambientale».

1.3 I danni alla salute e all'ambiente

Gli effetti dei metalli pesanti sull'ambiente li abbiamo appena visti con le cifre iperboliche delle possibili contaminazioni da mercurio. Gli effetti sulla salute sono certamente proporzionali a tali cifre. Il mercurio è velenosissimo e il cadmio è ormai universalmente riconosciuto come un potente cancerogeno.
Per quanto riguarda le diossine, quasi tutta la letteratura medica riconosce i loro devastanti effetti. Sono agenti cancerogeni, mutageni, teratogeni, allergizzanti e depressori del meccanismo di difesa immunitaria. Inoltre producono disturbi delle funzioni riproduttive, difetti alla nascita, gravi danni embrionali.

Sono noti i problemi delle gravi malformità osservate nei bambini nati presso l'inceneritore di S. Donnino, che è stato poi chiuso perché l'I.S.S. ha trovato tracce di diossina sui terreni;
Un recente rapporto statunitense dell'USEPA associava al TCDD (detto anche "diossina di Seveso") l'insorgere di diversi tumori, quali linfoma maligno, sarcoma dei tessuti molli, cancro alla tiroide ed ai polmoni. Uno studio di qualche anno fa (Thornton - 1992) valutava su modello USEPA che l'esposizione al TCDD poteva produrre negli USA fino a 6.500 casi di tumore all'anno.
Greenpeace ha raccolto una buona letteratura medica sugli effetti prodotti dalla diossina con lo studio "Fabbriche di diossina" del giugno 93.

Ogni tanto si sente dire di qualche ricercatore "prezzolato" che tenta di sminuire la pericolosità del tremendo composto: un po' di anni fa si tentò persino di far credere che, tutto sommato, le diossine potevano fare anche bene (sicuramente fanno bene al controllo della crescita demografica !). Tuttavia questi tentativi hanno avuto scarso successo.
L'OMS ed altri organismi governativi tentano di fissare dei "limiti massimi ammessi" all'esposizione alle diossine, ma questi non sono limiti che garantiscono la salute per chi viene a contatto con tali composti, bensì limiti che garantiscono il cosiddetto "rischio accettabile": ossia che il progresso si paga in vite umane e un certo numero di morti può essere tollerato a fronte dei benefici apportati dalla tecnologia.
Tuttavia, anche se i movimenti ambientalisti non accettano questa regola disumana, ragioneremo proprio sui limiti imposti dall'OMS.

Intanto vediamo perché l'unica soglia scientificamente valida affinché tali composti non producano i loro dannosi effetti sulla salute è il "livello zero".
Per prima cosa perché la diossina, essendo un composto che non si degrada, è soggetta ad accumularsi nell'organismo umano.
Uno studio dell'EPA statunitense (L'Environmental Protection Agency, ossia l'agenzia governativa per la difesa dell'ambiente) detto "Estimating Exposures 2,3,7,8 - TCDD (USEOA 1988)", riuscì a dimostrare che quel tipo di diossina si accumulava nei pesci 159.000 volte in più della concentrazione riscontrata nell'ambiente acquatico circostante (si dice fattore di bioaccumulazione).
Quindi, se anche nell'ambiente di diossina ce n'è poca, a lungo andare nell'uomo ce ne sarà tanta.

Inoltre, quando si parla di limiti accettabili si parla di picogrammi, ossia della millesima parte di un miliardesimo di grammo (uguale a grammi 0,000000000001 ........!). Ad esempio, l'OMS ritiene ammissibile una dose massima giornaliera di TCDD ( la "diossina di Seveso") pari a 10 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo. E se si pensa che da alcuni studi epidemiologici quei 10 picogrammi al giorno potrebbero causare oltre un caso di cancro in più ogni 1.000 abitanti si comprende anche l'importanza del "livello zero".

1.4 Valutazioni conclusive

Abbiamo osservato che gli inceneritori emettono in atmosfera metalli pesanti e diossina.
Abbiamo visto la pericolosità di questi elementi.
Ora, con semplici calcoli matematici, e riferendoci in particolare alla diossina, vediamo, per esempio, di cosa è capace il nostro bel forno da 240 tonnellate al giorno di spazzatura.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità la soglia massima giornaliera ammessa per un uomo che si espone al TCDD è di 10 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo. Spostando un po' di zeri e di virgole ne deduciamo che un uomo di 70 chili può tollerare al massimo, in un anno, 250 nanogrammi (miliardesimi di grammo) di TCDD (la diossina di Seveso).
Ma il nostro bel forno di questa roba ne produce in un anno, come abbiamo visto, 56 grammi. Poca roba, se fossero carote, ma essendo TCDD è la razione annua sufficiente per imbottire "al colmo" 224 milioni di persone !
Pensate se tutto avverrà lì, attorno a Novi.

2. Le motivazioni che depongono a favore del forno

I sostenitori dell'incenerimento enfatizzano molto su alcune motivazioni che deporrebbero a favore di impianti di grande portata (da 250 tonnellate al giorno in su). Le trattiamo di seguito e sono: il teleriscaldamento, l'occupazione e l'abbattimento dei costi che crescerebbe con la dimensione dell'impianto.

2.1 La produzione di energia e calore

Eppure se noi vogliamo un forno che produca anche teleriscaldamento dobbiamo anche soddisfare alcune condizioni indispensabili, descritte di seguito.
- La vicinanza al forno degli utilizzatori dell'energia: non più di due chilometri, e quindi l'impianto andrebbe collocato troppo vicino alla città.
- La dimensione dell'impianto che, per una produzione di calore economicamente accettabile dovrebbe tendere alle 400 Tonn/d di rifiuti inceneriti (con una produzione stimata di 24 Gwh/a).
Analizzando queste condizioni indispensabili osserviamo quanto segue.
Alla luce della produzione di sostanze pericolose e dei loro devastanti effetti:
- un forno troppo vicino alle case fa paura;
- un forno da 400 tonnellate al giorno fa paura ;
Inoltre la produzione di calore vista sotto il profilo del bilancio energetico è comunque opinabile, poiché, se vogliamo considerare l'elevato consumo di energia dell'inceneritore stesso, il teleriscaldamento non sarebbe che un "recupero, sottoforma di calore, di parte dell'energia consumata".
Quindi il bilancio energetico non potrà essere di segno positivo a causa dell'elevata richiesta di energia del forno : ossia, il forno regala calore, ma è più l'energia consumata del calore prodotto.

2.2 L'offerta di posti di lavoro

Anche quando si parla di occupazione occorrerebbe fare un bilancio fra i posti di lavoro offerti dalla tecnologia della termodistruzione dei rifiuti e quelli persi nella rinuncia a tecnologie o metodi di smaltimento diversi.
Uno studio avviato nello Stato americano del Vermont mette a confronto le varie modalità di smaltimento con il risultato che, mentre gli inceneritori per ogni milione di tonnellate trattate possono generare da 150 a 1.000 posti di lavoro, il riciclaggio ne genera da 550 a 2.000 (Luigi Mara - "Oltre lo Spreco").
Il più alto livello occupazionale offerto, a fronte di un uguale investimento di capitali è comunque quello della raccolta differenziata dei rifiuti.

Secondo Barry Commoner, direttore del "Centro statunitense per la biologia dei sistemi naturali (CBNS)", il riciclaggio di un quarto dei rifiuti cittadini prodotti nella città di New York (che era l'obiettivo imposto dalla legge per l'aprile del 94) avrebbe creato 1.400 posti di lavoro, esattamente quattro volte l'occupazione generata dall'incenerimento dello stesso volume di rifiuti (ricerca presentata dal Plastic Waste Management Institute nell'aprile 1991 al Convegno Internazionale "Recycle 91" a Davos, in Svizzera).
Negli USA il riciclaggio, come fonte di lavoro, è più importante dell'industria estrattiva. Jim Quigley, del CBNS, ha valutato mediamente un posto di lavoro ogni 465 tonnellate di materiali trattati annualmente: ossia 2.000 posti di lavoro per ogni milione di tonnellate di rifiuti. Pertanto, secondo Quigley, se la percentuale del riciclaggio aumentasse al 75%, negli USA si creerebbero 375.000 posti di lavoro.
Secondo altri studi questo numero può essere ancora maggiore: la società ALCOA nel 1990 valuta che negli USA almeno 30.000 persone siano coinvolte nel riciclaggio del solo alluminio, il doppio degli occupati nell'industria di produzione dell'alluminio primario.
Per venire da noi, il metodo, ad esempio, della divisione dei rifiuti casalinghi nel doppio sacchettone (vedremo in seguito come funziona e quali eccellenti risultati ha conseguito) è forse quello che offre più posti di lavoro, tant'è vero che la IGM operante a Como occupa in Italia circa 1.500 persone nel recupero del sacchettone viola (quello per i materiali riciclabili "secchi").

Pertanto, rivolgersi ad una tecnologia a "bassa intensità occupazionale" come la termodistruzione non significa creare posti di lavoro bensì "perdere" quelle maggiori opportunità occupazionali che, a parità di impiego di capitali e di lavoro, avrebbero potuto offrire modalità diverse e a minore impatto ambientale.

2.3 I costi di esercizio di un grande impianto

Si dice, infine, che maggiore è la dimensione dell'impianto e più si abbattono i costi di esercizio, per via delle cosiddette "economie di scala". Tuttavia più aumenta la dimensione dell'impianto, più si allargano i confini del bacino di utenza servito dal forno, più aumentano le percorrenze degli autotreni che trasportano i rifiuti: si genera quindi un maggior costo dei trasporti che, essendo inerente ad un servizio sociale, viene pagato dalla collettività.
Ci si chiede se, nella comparazione dei costi fra un impianto grande (con un grande bacino) ed un impianto piccolo (con un bacino limitato e quindi minori percorrenze di autotreni) si tiene mai conto del maggior costo dei trasporti.
Esiste inoltre un costo aggiuntivo che non viene quasi mai preso in considerazione e che, nell'ambito dell'Unione Europea, ha acquistato recentemente un'importanza rilevante: si tratta del costo "esterno" dei trasporti.
Ossia, all'aumento del costo dei trasporti occorre sommare anche il prezzo dei disagi creati dagli autotreni in movimento.

Per costi esterni si intendono i costi generati dai trasporti per gli incidenti, il rumore, l'inquinamento atmosferico e la congestione.
Tali costi, secondo una stima dell'OCSE ammonterebbero al 5% dell'intero PIL europeo (Prodotto Interno Lordo).
D'altra parte, nel Trattato dell'Unione Europea (art.130 RZ) è sancito che i costi esterni dei trasporti vanno addebitati a chi li genera. Nella fattispecie in esame sarebbero da addebitare all'utenza del forno, e comunque sono a carico della collettività.
A questo proposito l'Unione Europea ha elaborato un Libro Verde che fa una stima in Euro di tali costi esterni rapportandoli alle tonnellate chilometro trasportate.
La stima è dell'OCDE (Quinet 94), ed è senz'altro molto prudenziale: ad esempio non tiene conto dell'inquinamento a lunga distanza (effetto serra, piogge acide, ecc.). Le "esternalità" di costo dei trasporti su autotreno sono valutate dall'OCDE pari a 33,2 Euro ogni 1.000 tonnellate/chilometro percorse dai mezzi, per quanto riguarda l'inquinamento e gli incidenti. Qualcosa di più viene attribuito alla congestione.

A conti fatti, un impianto che smaltisce ogni giorno 400 tonnellate di rifiuti, impegna un peso gioraliero di trasporti su gomma pari almeno a 500 tonnellate (se aggiungiamo il peso del mezzo per l'andata e per il ritorno a vuoto)
Valutando una percorrenza media pari a 70 chilometri si avrebbe un costo esterno annuo, dovuto all'andata e al ritorno dei mezzi che trasportano i rifiuti, pari a circa un miliardo e 700 milioni.
Solo come costo esterno, al quale poi va aggiunto il costo commerciale del trasporto.
Ecco come le "economie di scala" dovute alla dimensione del forno rischiano di essere assorbite dal costo diretto dei trasporti e dal loro costo aggiuntivo "esterno": a carico, entrambi, della collettività.

3. Alternative all'incenerimento dei rifiuti

3.1 Premessa

Parlare delle alternative ai termodistruttori non significa che questi debbano per forza sparire dalla circolazione.
Tuttavia inceneritori e discariche devono rappresentare solo fasi transitorie, qualora si voglia dare una risposta immediata all'emergenza rifiuti a cui oggi dobbiamo soccombere a causa dell'inettitudine di chi ci ha amministrato durante la crescita consumistica di questi ultimi anni .
L'emergenza rifiuti è un prodotto dell'euforia del consumismo, dell'enfasi dello "sviluppo" obeso. Ma sopratutto nasce dall'incapacità politica di identificare i limiti del mercato.
Il ciclo della produzione e del consumo si sono così inseriti in una architettura lineare che nasce dallo spreco delle risorse o materie prime (senza riconoscerne la limitatezza) e termina nello spreco dei tre elementi fondamentali alla vita, l'aria, l'acqua e il suolo, destinati a cedere sempre più spazio all'inquinamento ed ai rifiuti solidi.
Rimane pertanto difficile (e coraggioso) fare delle scelte che rimedino all'ottusità di chi ha così malamente diretto la politica, dalla ricostruzione del dopoguerra in poi. La scelta più "facile" è senza dubbio quella degli inceneritori e delle discariche: ma è anche la scelta meno intelligente.

Tuttavia, se queste modalità di smaltimento nascono per far fronte ad una emergenza che ci si auspica debba cessare, non si comprende perché fare impianti di grandi dimensioni.
A meno che qualcuno non la pensi diversamente, ossia:
- l'emergenza è "opportuno" che continui, pertanto questi saranno i metodi di smaltimento del futuro;
- il processo lineare della produzione e del consumo non può essere scalfito da un processo di recupero e riutilizzo che potrebbe, in qualche modo scalfire il Prodotto Interno Lordo (l'"Idolo falso e bugiardo" di Giorgio Ruffolo); deve continuare fino all'esaurimento delle risorse e dello spazio (aria, acqua e terra).
Solo in quest'ottica si possono giustificare dei mega-impianti.

Se esistono ancora dei "pazzi" che la pensano così è meglio allora informare la gente che ancora molto si può fare nella ricerca delle alternative agli inceneritori e alle discariche.

3.2 I dati UIDA

Più che trattare in particolare delle singole metodologie del recupero e del riciclo si preferisce fare un elenco di alcuni risultati eccellenti ottenuti in molte località italiane.
Per comprendere meglio le potenzialità di recupero dei rifiuti urbani faremo riferimento ai dati merceologici che ci vengono forniti dalla UIDA.
Infatti, se ci basiamo sulle percentuali UIDA dei primi anni 90 ci rendiamo conto delle ottime possibilità offerte dalla raccolta differenziata e dal riciclaggio (la Uida ipotizzava l'impiego di un impianto di riciclaggio tecnologico):
- il 50% dei rifiuti si può trasformare in compost;
- il 3% di metalli ferrosi può essere separato dall'impianto di riciclaggio;
- il 3% di plastica in film con il 15% di carta, selezionati dall'impianto, possono formare un 18% di RDF combustibile: l'importante è che negli RDF non entrino plastiche alogenate, (ma su questo punto esprimiamo delle riserve come si legge dal riquadro che segue);
- del 15% di inerti un 7% circa è formato da vetro che viene separato dall'impianto;
- rimane ancora un 8% di inerti più un 14% di sovvalli da inviare in discarica.
Ossia un 22/25% di rifiuti da inviare in discarica contro il 30% di scorie e ceneri di un termodistruttore.

3.3 Il riciclo della plastica

N. B. Per quanto riguarda la produzione di RDF esistono delle riserve in merito alla formazione di diossine, tuttavia si ritiene che la cosa sia più controllabile di un inceneritore dove entra di tutto.
Ma le plastiche possano essere anche riciclate mettendo a punto opportune tecnologie e normative mirate.
Proviamo a suddividere il ragionamento sul recupero della plastica in fasi successive.
1) A monte di tutto esiste l'abolizione radicale dell'"usa e getta": gesto coraggioso che in Italia solo pochi politici con i "cosiddetti" hanno tentato di realizzare.
2) Occorre aumentare il ciclo di vita dei vari manufatti in plastica: ossia produrre beni più durevoli.
3) È indispensabile il recupero e il riutilizzo degli imballaggi, sapendo che 38% delle plastiche hanno questa destinazione ("Sema" 1990). Su questo punto i primi sono stati i tedeschi con la legge "Toepfer" dell'aprile 91 che vietava l'incenerimento dei rifiuti derivati dagli imballaggi. Solo di recente è arrivata in Italia la legge Ronchi che ha in parte recepito il metodo tedesco.
4) Inoltre occorrono delle normative mirate: il riciclo della plastica potrebbe avere una migliore risposta se suffragato da regolamenti tesi ad incentivarlo. Si pensi, per esempio, che il Polietilene è la plastica più diffusa e costituisce il 66% delle plastiche da imballaggio, ma è anche la plastica più facilmente riciclabile: tuttavia in Italia, nel 90, su 1.470.000 tonnellate di materie plastiche finite in discarica, ben 970.000 erano costituite da polietilene (fonte Istituto Valorizzazione Riciclo). Se si vuole evitare questa idiozia occorrono dei regolamenti.
5) Infine è necessario mettere a punto le migliori tecnologie per il riciclo della materie plastiche. A questo scopo, (e a titolo di esempio) sono numerose le opportunità scientifiche elencate dal ricercatore L. Mara nel testo "Oltre lo spreco", e divise per ogni tipo di materia plastica (PE, PP, PET, ecc.).
Pertanto, fino a che qualcuno non smentisce quanto riportato con rigore scientifico nel testo appena citato (e con riferimento ad un vasto repertorio bibliografico), possiamo dire che chi sostiene che la plastica non si può riciclare o mente, o ignora.

 

3.4 Gli esempi da imitare

3.4.1 L'esperienza di Milano

Lasciamo perdere le esperienze estere, dove sia la cultura degli amministratori che quella della gente è molto più avanzata e radicata rispetto alla nostra, e facciamo riferimento solo a quelle esperienze positive già effettuate in Italia.
Secondo Economia e Ambiente del gennaio-aprile 97 ("Discarica Addio" di Michele Boato) Milano viaggia verso l'obiettivo del 40% di rifiuti recuperati.

Il piano di smaltimento di Milano, redatto da Walter Ganapini, aspira ad una raccolta differenziata che si avvicina al 50% dei rifiuti prodotti, tant'è vero che su 2.300 tonnellate giornaliere di RSU, 1.100 sono destinate alla separazione meccanica, e pertanto si tratta di materiale che sarà differenziato nel metodo che vedremo in seguito.
Buona la quota attribuita al compostaggio: 3OO tonnellate al giorno.
Solo 750 tonnellate sono oggi destinate agli inceneritori: pertanto poco più del 32%.

«A dispetto dei sognatori di super-impianti-ingoia-rifiuti - così scrive Boato - la cui fondamentale obiezione si basa sul fatto che solo i piccoli comuni possono realizzare percentuali di raccolta elevate, prenderemo in considerazione il progetto milanese».
A seguito della chiusura della discarica di Cerro, e grazie soprattutto alle manifestazioni di cittadini e associazioni che ne sono seguite, il comune di Milano ha finalmente varato un piano che prevede:
1) abolizione dei cassonetti dalle strade;
2) immediata costruzione di alcuni impianti di compostaggio;
3) separazione della parte secca dei rifiuti dalla parte umida operata nelle case utilizzando due sacchettoni di diverso colore che verranno poi raccolti settimanalmente con il metodo porta a porta.


L'iniziativa è partita il 18/12/95 dai primi 770.000 abitanti dei quartieri periferici ed ha prodotto una riduzione dei rifiuti del 26% già dal primo mese. La percentuale è salita poi al 30% nel marzo 96.
Dal 1° di giugno 96 si sono aggiunti al progetto anche i 580.000 abitanti del centro, raggiungendo subito una riduzione dei rifiuti del 35% nell'intera città.
Si tratta di 800 tonnellate di rifiuti che ogni giorno vengono avviate al riciclo invece che alla discarica o all'inceneritore.
L'obiettivo di Milano è di raggiungere molto presto il 40%, che è la media tedesca di recupero degli RSU.

3.4.2 Le esperienze di Como

Il wwf aveva suggerito per Novi alcune esperienze, già consolidate a Como e nella sua provincia, che avevano dato ottimi risultati, ben lungi da quanto si realizza oggi a Novi o si prevede di realizzare.

- La raccolta differenziata "porta a porta" effettuata a Como nei sacchettoni viola (un sacchettone per i rifiuti organici e uno per tutti gli altri tranne il vetro) ha già fornito risultati di raccolta differenziata superiori al 30% del totale dei rifiuti urbani (una percentuale che non dista poi molto dal 40/50% della vicina Svizzera ed ha creato numerose ottime occasioni di lavoro).

- il progetto "Composter" della Brianza, relativo ad una esperienza di compostaggio domestico, evita di occupare la discarica con residui di potature;

- il riutilizzo dei residui derivanti da demolizioni (progetto del Consorzio Comense Inerti S.p.A.), consente di produrre ottimi materiali per edilizia e salva il territorio da devastanti cave per inerti; ecc. ecc..

1) La raccolta differenziata porta a porta nei sacchettoni viola.
Per quanto riguarda la raccolta differenziata è significativo l'esempio di Como che l'Amministrazione Regionale della Lombardia intende estendere a tutti i comuni della regione.
Fatta eccezione per il vetro le pile e i medicinali, la cui raccolta avviene sempre dentro gli appositi contenitori (cassonetti), per tutti gli altri rifiuti viene fatta casa per casa dentro appositi sacchettoni di plastica distribuiti dall'amministrazione .
Ossia, alle famiglie viene distribuito, oltre al sacchetto per i rifiuti organici (da cucina ) un sacchettone viola per rifiuti di plastica, carta, stracci, lattine, cartoni, piccoli metalli, imballaggi di ogni genere e altro materiale non ingombrante.
Vantaggi
a) Una simile raccolta, non impegnando il cittadino a recarsi presso i cassonetti, (e spesso anche a cercarli), ottiene risultati di gran lunga superiori rispetto al metodo tradizionale. Il comune di Como prevede di poter presto riciclare in questo modo ben oltre il 35% di rifiuti solidi urbani previsto dalla legge Ronchi.
Per questa raccolta il comune distribuisce un sacco viola che una volta alla settimana, e in appositi orari verrà messo fuori dall'abitazione ai bordi della strada e verrà ritirato da dipendenti dell'IGM (un'azienda che in questo modo ha dato lavoro a 1.500 persone in tutta Italia - numero verde 1670 19918).
Poi i sacchi vanno all'Impianto di Selezione dove i materiali saranno divisi meccanicamente e manualmente.
b) Eliminazione delle campane la cui collocazione ha creato spesso disagi. Rimangono solo le campane per il vetro, e i contenitori per le pile e i medicinali.
c) Si crea occupazione. I costi per i nuovi addetti (alla raccolta ed alla selezione) saranno ammortizzati sia dai minori costi delle campane sia, in particolare, dai minori costi sostenuti per la collocazione in discarica dei materiali selezionati o il loro incenerimento , e sia, in un contesto più globale, dai minori costi ambientali, energetici, e di consumo delle materie prime.
2) Compostaggio domestico: progetto "Composter" della Provincia di Como
L'esperienza viene da alcuni comuni della provincia di Como e consiste in una distribuzione gratuita di contenitori per compostaggio a tutte quelle famiglie singole o condomini che dispongono di un giardino. L'esperienza nasce dall'osservazione di quanto da anni avviene in Svizzera dove esistono piccoli impianti di compostaggio condominiali o per gruppi di abitazioni.
Il Comune di Casnate Con Bernate, ad esempio, richiedendo anche un contributo dalla provincia, ha soddisfatto, in un primo esperimento, ben 132 richieste giunte agli uffici comunali, tramite contenitori da 600 litri che saranno consegnati a domicilio da una ditta di Grandate.
Questa iniziativa è nata dall'osservazione che, in alcuni comuni brianzoli e in alcuni periodi dell'anno, gli scarti da potature occupavano oltre la metà dello spazio dei cassonetti. Allora si è calcolato che un simile impiego di capitali potrà avere un rientro economico entro pochi anni solo per lo spazio risparmiato in discarica.
Sarà comunque un'iniziativa vantaggiosa anche per le famiglie che disponendo di simili impianti potranno prodursi da sole della buona terra per orti e giardini.
Inoltre tutto ciò non può essere che un valido incentivo a coltivare giardini privati, e, quindi, a produrre aria buona per tutti.
La Regione Piemonte con la circolare prot. n. 8743 del 18/7/94 ha inviato ai sindaci un "Programma sperimentale per la raccolta differenziata e la valorizzazione dei residui derivanti dall'attività di manutenzione del verde pubblico".

3) Rifiuti derivanti da demolizioni
Un esempio certamente positivo ce lo offrono i costruttori edili di Como aderenti al Consorzio Comense Inerti SpA che hanno realizzato un impianto di riciclo dei materiali derivanti dalle demolizioni situato all'interno delle discarica di inerti di Villa Guardia, il quale, fornendo oltre 100.000 m3 l'anno di materiale da costruzione evita sia il ricorso a nuove cave che il reperimento di discariche per inerti.
L'impegno finanziario superava di poco il miliardo di lire.
L'impianto seleziona i materiali provenienti dalle demolizioni fornendo materia prima utilizzabile ad alto livello qualitativo ed a costi contenuti.
Si tratta anche di un impianto pilota per la Lombardia, provvisto di sistemi di allontanamento delle parti ferrose e progettato per evitare impatti ambientali.
Infatti è collocato ad una quota più bassa rispetto al piano di campagna e in un'area circondata da una fitta cortina di alberi. Inoltre è provvisto di un sistema di aspirazione delle polveri.
Il materiale fornito è ottimo :
per massicciate stradali;
per confezionare calcestruzzi magri per sottofondi;
per il rinfianco di tubazioni interrate;
per fabbricare manufatti di pavimentazione o di arredo urbano, ecc. ecc..
Il Consorzio, comunque, non ha fatto altro che ispirarsi ad una legge tedesca che obbliga al riciclo dei materiali derivanti dalle demolizioni. In Germania i rifiuti da demolizioni devono essere riciclati al 60%; i rifiuti di costruzione al 40%; i rifiuti di costruzione strade al 90%; le terre provenienti da scavi al 70%.


3.4.3 Alcuni dati di raccolta relativi al Veneto ed alla Lombardia

È nostra intenzione aggiornare costantemente associazioni, amministratori e organi di stampa con tutti gli esempi positivi di metodi ecologici di smaltimento, citandone i risultati e la fonte bibliografica, e sperando che serva a determinare scelte politiche migliori rispetto ai super-impianti facili ma pericolosi

3.4.3.1. I comuni dell'Alto Padovano

Da Economia e Ambiente del gennaio-aprile 97 ("Discarica Addio" di Michele Boato) possiamo ricavare l'esperienza della Provincia di Padova (Alta Padovana) relativa a 26 comuni per 200.000 abitanti.
Il progetto di differenziazione degli RSU è simile a quello di Milano e di Como.
Ogni famiglia opera una separazione dei rifiuti in 3 sacchettoni trasparenti di colore diverso: frazione umida; frazione secca riciclabile (vetro, plastica, metalli, carta e cartoni); frazione secca non riciclabile.

I sacchettoni vengono poi ritirati "porta a porta" in determinati giorni della settimana.
Risultato: dopo due mesi dall'inizio dell'aprile 96 i rifiuti avviati in discarica sono ridotti di oltre il 50% (da 1.150 tonnellate alla settimana a 570 tonnellate).
Nel 95 ogni abitante del Bacino dell'Alta Padovana mandava in discarica 980 grammi di RSU al giorno, nel 96 ne manda solo 440 grammi, con una riduzione del 56%. I rimanenti 540 grammi per abitante prendono la via del riciclo.

Riduzione dei rifiuti in discarica nella prima quindicina di giugno del 1996 rilevati nei 26 comuni dell'Alto Padovano

Comuni
numero abitanti
% di recupero
Borgoricco
6.200
69
Campo S. Martino
5.180
57
Campodarsego
10.700
78
Camposanpiero
9.800
68
Carmignano sul Br.
6.970
53
Cittadella
18.320
52
Curtarolo
6.060
60
Fontaniva
7.280
43
Galliera V.
6.490
54
Gazzo
3.220
82
Grantorto
3.740
69
Loreggia
5.220
57
Massanzago
3.910
78
Piazzola sul Br.
10.620
13
Piombino Dese
8.060
68
S. Giorgio in Br.
6.010
80
S. Giorgio delle P.
7.450
68
S. Giustina in C.
5.540
76
S. Martino di L.
11.150
43
S. Pietro in Gu.
4.240
91
Tombolo
6.650
54
Trebaseleghe
10.060
71
Vigodarzere
10.630
46
Vigonza
18.240
24
Villanova di C.
4.650
86
Villa del C.
4.980
69
TOTALE
201.400
56

In questi comuni il Compostaggio domestico ha avuto un'adesione pari al 30 - 70% delle famiglie ed il Consorzio ha promesso una riduzione della tassa sui rifiuti che va dal 20 al 30%.


3.4.3.2. I comuni veneziani e milanesi nel 95.

Alcuni dati significativi sono esposti nelle seguenti tabelle.

Comuni Veneti
numero abitanti
tonn rifiuti prodotti
fraz umida per compost
fraz secca per riciclo
rifiuti secchi in discarica
% di recupero
Dolo (VE)
13.900
5.093
1.646
895
2.552
50%
Campolongo Magg. (VE)
9.000
2.149
667
367
1.115
48%

Comuni Lombardi
numero abitanti
% umido per compost
% secco per riciclo
% RSU recuperati
% RSU in discarica
Carnate
7.000
42
33
75
25
Buscate
4.300
40
25
65
35
Bellusco
6.000
17
56
73
27
Macherio
6.400
27
43
70
30
Albiate
4.400
31
31
62
38

Nella prima fase di queste iniziative si è riscontrato un aumento del costo di smaltimento rispetto ai metodi tradizionali. Tuttavia per i mesi successivi si è arrivati al pareggio, o addirittura ad un risparmio realizzato con la vendita delle frazioni riciclabili. Si veda, infatti quanto è successo a Campolongo Maggiore, dove nel 95 sono stati risparmiati 25 milioni rispetto all'anno precedente, ed era previsto per il 96 un risparmio di 95 milioni con la riduzione della tassa sui rifiuti del 10%. Non abbiamo potuto verificare se ciò è avvenuto, ma sappiamo che in alcuni casi le previsioni più "ottimistiche" sono state addirittura superate (d'altra parte questo è lo spirito della recente legge Ronchi).

3.4.4. Osservazioni finali

I risultati sopra esposti sono stati ottenuti in Italia e in località abbastanza prossime al Bacino di raccolta rifiuti Ovadese Valle Scrivia: sarebbe da stupidi non tenerne conto e non approfondirne le conoscenze.
Osservando la tabella relativa ai 26 comuni veneti ci accorgiamo che il Bacino Alto Padovano ha delle caratteristiche molto simili al Bacino Ovadese - Valle Scrivia.
a) Come numero di abitanti: 201.400 per il Bacino Alto Padovano e 205.000 per il Bacino Ovadese-Valle Scrivia.
b) Il numero di abitanti dei comuni dell'Alto Padovano non si discosta molto da quello dei ns comuni: ad esempio Cittadella e Vigonza superano i 18.000 abitanti, Novi e Ovada ne hanno rispettivamente 28.000 e 13.000.
Allora perché da noi l'esperienza dei sacchettoni famiglia colorati e raccolti porta a porta non dovrebbe avere successo?


4. Verso un progetto alternativo

4.1. Un po' di conti e due ipotesi per un forno più modesto

Facciamo un po' di conti su due ipotesi plausibili, una minima e una massima, per stabilire quanti rifiuti potrebbero interessare la modalità della termodistruzione nell'ambito del Consorzio.

Ipotesi minima. Si basa sul calcolo della ripartizione modale dello smaltimento dei rifiuti prodotti nel Consorzio Ovadese e Valle Scrivia, rapportata ad un progetto plausibile di smaltimento RSU a livello nazionale ed all'applicazione della minima percentuale di raccolta obbligatoria per legge.

L'ipotesi è ottenuta da una proiezione su alcuni dati forniti dal "Rapporto Ambiente" del Sole 24 Ore del 24/11/97, ed è rapportata all'ipotesi nazionale.

Ipotesi nazionale

Modalità
Milioni Tonn/anno
percentuale
Raccolta Differenziata
9,1
35%
Termodistruzione
9,6
37%
Compost - Fraz Umida
7,3
28%
TOTALE
26
100

In Piemonte la media pro capite di produzione giornaliera di rifiuti ( dati 96) è pari a 1, 182 chilogrammi. Se l'attuale Consorzio Ovadese Valle Scrivia comprende una popolazione di 210.000 abitanti, avremo una produzione giornaliera di 248 tonnellate di rifiuti in tutto il Consorzio. Togliamo le cifre di raccolta differenziata "obbligate" per legge ( Decreto Ronchi), ossia il 35% del totale, e togliamo anche il 28% di frazione umida, che è comunque opportuno non finisca nel forno.

Se dalla termodistruzione si vuole ottenere una produzione di calore ed energia i rifiuti avviati al forno vanno separati dalla frazione umida in quanto acquistano un potere calorifico maggiore (3.000 chilocalorie, contro 2.200).

Come evidenziato dalla seguente tabella rimangono da smaltire con i metodi "hard" (forno o discarica) 91,5 tonnellate giornaliere

Modalità
Percentuale Nazionale
Tonnellate giornaliere da attribuire alle diverse modalità
Raccolta Differenziata
35%
87
Compostaggio
28%
69,5
Termoditruzione
37%
91,5
TOTALE
-
248

Se vogliamo realizzare le medie di raccolta differenziata ottenute da molti comuni lombardi e veneti (vedi gli esempi che seguono), ossia se ci sarà la volontà politica di eguagliare almeno quel 56% di raccolta del Consorzio Alto Padovano, (molto simile al nostro, come abbiamo visto), rimarrebbero da smaltire 40,5 tonnellate di rifiuti giornalieri .


Infatti:

Modalità
Percentuale Nazionale
Tonnellate giornaliere da attribuire alle diverse modalità
Raccolta Differenziata
56%
138
Compostaggio
28%
69,5
Termodistruzione
16%
40,5
TOTALE
-
248

A questo punto, sappiamo che se il forno deve produrre energia e calore dovrà lavorare con elevati quantitativi giornalieri di rifiuti: almeno 300/400 tonnellate al giorno.
Dove troverà il nostro consorzio tutte queste tonnellate di rumenta?
Non resta che formulare alcune ipotesi poco lusinghiere, visto che una corretta gestione del "teleriscaldamento" non potrà rinunciare al lauto pasto quotidiano del forno.
Un po' si dovrà rinunciare ai bei propositi di raccolta differenziata. Un po si dovrà aumentare il numero di comuni aderenti al Consorzio, fino ad arrivare ad un comprensorio di 500/600.000 abitanti .
Infine sarebbe opportuno chiedersi se, per poco più di 40 tonnellate al giorno, valga la pena costruire un inceneritore.

4.2. Le premesse per un progetto ecologico di smaltimento

Per elaborare un progetto ecologico di smaltimento è necessario procedere nell'ambito di alcuni principi fondamentali.

1) L'inceneritore o la discarica o entrambi, potranno esistere solo come fase finale di un processo che privilegi "concretamente" (ossia con l'obiettivo minimo del 56%) separazione raccolta e compostaggio e saranno dimensionati per servire l'attuale bacino di utenza.

La scelta fra inceneritore o discarica dovrà basarsi sulla comparazione fra gli impatti ambientali delle due modalità.
La discarica occupa spazio e inquina il terreno e le falde; l'inceneritore inquina l'atmosfera e il terreno con le ricadute dei metalli pesanti e della diossina.
Tuttavia una discarica, se collocata come fase terminale di progetti indirizzati al massimo riciclaggio possibile dei rifiuti (compreso il compostaggio della frazione umida), non risulterebbe poi così ingombrante come è stata fino ad oggi, dove la raccolta differenziata non ha rappresentato che pochi punti in percentuale della massa dei rifiuti solidi.

2) Le maggiori energie e le maggiori risorse saranno spese per favorire modalità di smaltimento ecologicamente compatibili: ossia la raccolta differenziata, la preselezione tecnologica e il compostaggio. Esse dovranno assumere un ruolo decisamente privilegiato rispetto all'incenerimento e/o alla discarica.
Capita spesso, purtroppo, che la facilità a bruciare tutto porti a trascurare tali pratiche di smaltimento, certamente più difficili dal punto di vista organizzativo e meno legate a forme di politica "clientelare" che hanno sempre privilegiato le grandi opere costruite e progettare dalle grandi imprese industriali (ben rappresentate in Parlamento e nelle amministrazioni locali).

3) Detto questo, a monte comunque di ogni azione da intraprendere (anche della stessa raccolta differenziata) e su un piano etico ben più vasto, occorre promuovere un'azione politica fondata su una affermata cultura del riuso fermamente in contrasto con ogni forma di spreco e tesa ad ostacolare, anche coercitivamente, il mercato dell'"usa e getta", dei beni a vita breve e delle mode a rapida obsolescenza.

Ossia, il dibattito sulle modalità di smaltimento andrebbe collocato al seguito di scelte politiche come quelle molte località svizzere o nordeuropee che rifiutano tutti i beni di consumo "a perdere". Oppure al seguito di scelte come quella tedesca sul riuso degli imballaggi (che corrispondono in volume al 45/50% degli RSU e in peso al 35/40% - vedi riquadro).

In Germania la legge "Toepfer" obbliga i produttori a recuperare gli imballaggi primari (casse, ecc. ) e i commercianti, assieme ai produttori, a recuperare gli imballaggi secondari e tutti i contenitori singoli per riusarli o riciclarli. L'effetto è stato enorme, tanto da saturare il mercato tedesco della carta da macero e invadere i paesi vicini (fa cui l'Italia) di materiale per le cartiere a prezzi bassissimi.

Occorre, incentivare l'uso del "vuoto a rendere" e disincentivare il "vuoto a perdere".

Tanto per portare alcuni esempi: in Germania, Olanda, Finlandia, Svezia e Norvegia le ditte di bibite tipo Cola riforniscono i negozi con bottiglie "vuoto a rendere" in PET rigido, con una cauzione di circa 200 lire a bottiglia, mentre da noi le stesse ditte distribuiscono solo bottiglie mono uso in PET flessibile e senza cauzione. Negli USA le lattine sono soggette a circa 80 lire di cauzione.

Occorre risolvere il problema delle pile elettriche, uno dei rifiuti più inquinanti, non tanto con la raccolta differenziata (utile, comunque, a toglierle dalle discariche per RSU), quanto imponendo per legge la loro riduzione, o meglio, l'obbligo a vendere solo strumenti che funzionano sia a batteria che a rete (batterie ricaricabili), e incentivando con sgravi IVA la vendita delle pile ricaricabili.
Infine, per citare ancora un esempio, la discussione sulla pericolosità dell'incenerimento delle plastiche clorurate andrebbe superata con la messa al bando del PVC: come già avviene in molte località svizzere ed in alcune catene di ipermercati tipo i Migros) ecc..

Emilio Gerelli, economista ed ex sottosegretario al Ministero dell'Ambiente, nel suo libro "Società post-industriale e ambiente" afferma che la società futura sarà caratterizzata da un'economia fortemente dematerializzata, nel senso che ogni unità di prodotto si otterrà con un minimo consumo di materia, di energia e una minima produzione di scarti e rifiuti.
Tuttavia è avviso degli ambientalisti che tale evoluzione, per non subire le remore del consumismo "usa e getta" ancora fortemente radicato nella nostra società (anche grazie a importanti complicità politico-industriali), non dovrà sottostare solo all'andamento del mercato, ma dovrà essere anticipata da opportune scelte politiche: la messa al bando dei prodotti a vita molto breve, ad esempio; o una normativa che premia i prodotti che si possono utilizzare più volte, ecc..

4.3. A conclusione

Alla luce di quanto preso in esame, possiamo quindi dire che è nostra modesta opinione che si debba arrivare allo smaltimento finale attraverso un mix di modalità.
Ossia il recupero, il riciclaggio e il compostaggio non devono necessariamente escludere incenerimento e discarica, ma solo dove queste due ultime modalità stanno alla fine di un percorso, e solo a fronte di un'emergenza che deve cessare al più presto.
Gli obiettivi politici, secondo un ordine di importanza che parta a monte dei processi di produzione-consumo-scarto dovranno osservare quattro principi.

1) La minor produzione di rifiuti:
- no all'usa e getta ed alla rapida obsolescenza delle mode e dei beni di consumo;
- si ai beni durevoli, ai materiali riciclabili, ai processi produttivi indirizzati all'uso delle materie seconde
2) La selezione capillare di materie seconde:
- differenziazione dei rifiuti nelle famiglie e nei condomini;
- separazione meccanica dei materiali riciclabili;
- compostaggio dei rifiuti organici.
3) Il recupero di tutti quei rifiuti che per motivi ambientali non devono entrare nè in un forno, nè in una discarica urbana (tutti i rifiuti contenenti cloro organico e tutti i rifiuti pericolosi come, ad esempio, pile e batterie)
4) Infine la scelta della modalità finale del processo, per la parte di rifiuti che non trova nessuna destinazione, dovrà prescindere da fattori di economicità e privilegiare criteri di scelta fondati unicamente sull'impatto ambientale (non dimentichiamo i devastanti effetti della diossina).

A Monaco di Baviera, dove si tenta di osservare questi principi, il 40% dei rifiuti viene recuperato, il 35% incenerito e il 25% finisce in discarica: è già un esempio di saggezza di scelte, anche se il sindaco di Monaco aspira a cifre di recupero ben superiori.

Pertanto l'ipotesi da noi auspicata è per un progetto di smaltimento plurimodale dove si dimostri chiaramente una tendenza che privilegi i metodi più ecologici (non solo con le parole ma con le cifre in percentuale e con gli investimenti) e ove si decida di limitare la potenzialità del progetto nel suo complesso all'attuale bacino di utenza.

Siamo chiaramente contrari ad un grosso impianto di incenerimento e riportiamo in sintesi le motivazioni di tale scelta.
a) La dimensione dell'impianto è sicuramente proporzionale alla dimensione dei problemi per l'ambiente e per la salute.
b) Se l'impianto è molto grande diventerà la modalità dominante rispetto alle altre (recupero, selezione, compostaggio ecc.) e la "facilità" di questo tipo di smaltimento ( una discarica si vede e da fastidio, e anche una vasca di compostaggio può dare problemi di odori, mentre i metalli pesanti o la diossina non si vedono e non si sentono), non farà che fagocitare tute le altre forme alternative di raccolta, più pulite ed ecologicamente più corrette, per cui esiste il rischio effettivo che la raccolta differenziata rimanga solo una coreografia.
c) Un impianto molto grande ha bisogno di funzionare sempre al massimo delle sue capacità: può esistere il rischio che per riempire il forno si rinunci alla separazione dei rifiuti riciclabili o di quelli pericolosi contenenti cloro organico o metalli pesanti.
d) Non c'è nulla di meglio di un grande impianto per fagocitare ogni tipo di rifiuti, anche quelli peggiori degli urbani.

C'è infine da dire qualcosa sulla partecipazione della gente alle scelte politiche in materia di smaltimento rifiuti.
La trasformazione dei Consorzi in organismi autonomi, completamente svincolati dai Consigli Comunali e quindi liberi da ogni controllo da parte della cittadinanza, non depone di certo a favore di una democrazia dove la decisione finale è volontà del popolo.
Di fronte a scelte che possono in qualche modo compromettere la salute della gente, deve essere la gente a dire se è d'accordo o se non lo è.

Novi Ligure 26/4/99

per il wwf Italia
Milano Renato