L’IMPIANTO BIOMASSE FRA TORTONA E CASTELNUOVO S.
Riceviamo e volentieri diffondiamo questa analisi di Lino Balza

Abbiamo attentamente esaminato il progetto dell’AMIAS (Azienda Multiservizi Idrici ed Ambientali Scrivia) e valutato l’incontro avvenuto con l’azienda. Il ragionamento dell’Amias suona come segue. Ho un problema (e con me, altre industrie) di costi di smaltimento dei fanghi di depurazione: inutilizzabili in agricoltura e per compost, buoni per riempire le discariche. Li potrei bruciare ricavandone anche profitti (energia termica, energia elettrica, teleriscaldamento) ma, siccome i fanghi bruciati sono tossici, gli ambientalisti si opporrebbero alle autorità locali. Allora l’idea è quella di mescolare fifty-fifty i fanghi (47%) con materiali a più elevata combustione, cioè con biomasse ( mais e legno, 53%) che peraltro l’opinione pubblica ritiene (a torto) abbondanti e innocue. L’impatto atmosferico sarebbe così mascherato e si può eufemisticamente parlare di “riduzione degli inquinanti gassosi”. L’impianto di smaltimento rifiuti lo si chiama “a biomasse”, “da fonti rinnovabili”. Inoltre, successivamente, nulla vieterebbe di passare al 100% di fanghi, anche fermi restando i 6 MW (megawatt) di potenza dell’inceneritore. O, meglio, di sostituire la plastica al legno.
Dunque, prevede lo studio di fattibilità, settimanalmente si raccolgono (si comincia col raccogliere) 27 mila tonnellate/anno di fanghi da Tortona, Novi Ligure, Cassano Spinola e Castelnuovo Scrivia (metà dei quali nemmeno disidrati) e da altre zone (Roquette? Solvay? Atofina?), e li si essicca a Tortona (diventerebbero 6.600 tonn/anno) e poi li si brucia nella caldaia (con potenza di 6 MW termici) assieme a 7.500 tonnellate di biomasse.
L’impianto proposto, peraltro non a ciclo continuo (7.390 ore/anno), produce calore a temperature molto basse (circa 300 gradi): dunque non è in condizione di eliminare le sostanze tossiche presenti nei fanghi (cloro, nichel, eccetera) che si disperderebbero come inquinanti gassosi nell'ambiente, insieme a anidride carbonica, micro e nanopolveri, particolati secondari, pesticidi e concimi spesso chimici. Gli inquinanti solidi, a loro volta, non hanno rilievo nello studio: le scorie (ceneri da tramoggia e filtri) sono pudicamente chiamate “materiali non inerti” e citate solo per i consistenti oneri di smaltimento. Ignorati anche i carburanti fossili combusti nel via vai di macchine agricole e camion.
Siccome l’impianto può produrre poca energia elettrica (800 kw) ma soprattutto energia termica, è necessario che l’Ente pubblico finanzi “una rete di utilizzo del calore a bassa temperatura residuo”(riscaldamento invernale e produzione di freddo estiva). Scontato ciò, l’Amias stima alto il ritorno economico del progetto che, oltre alle produzioni di energia e ai “contributi in conto capitale”, godrebbe dei finanziamenti statali dei “certificati verdi” (100 euro/MWh), dei finanziamenti comunitari e regionali, e soprattutto dell’incasso del conferimento fanghi: attualmente 50 euro/tonn. che si stima schizzeranno in alto causa “il previsto inasprimento della legislazione europea”.
Infine, per l’avvio (12 mesi) basterà l’autorizzazione della Provincia, alla quale si chiede il ruolo di “regia” dell’operazione.
PRIMO GIUDIZIO SINTETICO:
1)grosso impianto, 2) non a biomasse ma 3) cavallo di Troia per fanghi, 4) costoso e inquinante.