la rete ambientalista alessandrina
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Lettera aperta alla Provincia in merito alla
CENTRALE A BIOMASSE di Castellazzo Bormida


È stato presentato, per l’autorizzazione della Provincia, un progetto di Centrale termoelettrica a biomasse nel territorio di Castellazzo Bormida, della potenza di circa 50 megawatt (una delle più grandi del Piemonte), che brucerebbe biomasse vergini (legno non trattato, scarti segherie, cartiere…..) per oltre un milione di quintali l’anno per riscaldare e illuminare artificialmente
una serra di 15 ettari (pari a 15 campi di calcio) adibita alla coltivazione artificiale di… basilico (forse per conseguire il monopolio mondiale del pesto alla ligure).
Il committente sarebbe la ditta Bioequi di Eros Pillotti, imprenditore già assurto in passato agli onori delle cronache. La sola illuminazione artificiale di serre di questa dimensione richiede una quantità di energia elettrica sufficiente per l’illuminazione pubblica di una città come Firenze.

Un milione di quintali di legna l’anno è più di quanto potrebbero produrre tutti i boschi della intera provincia di Alessandria.

Il contesto geografico in cui sarebbe inserita tale centrale la rende inaccettabile.

La Fraschetta è stata dichiarata “area ad elevato rischio di catastrofe ambientale per i seguenti motivi” (come si legge sulla Mozione approvata dal consiglio comunale di Alessandria): “per la presenza di industrie definitive per legge a rischio ed anche ad alto rischio, industrie comunque ad elevato impatto ambientale; per la presenza del rio Lovassina-Ressiga, classificato come il più inquinato corso d'acqua della Provincia di Alessandria ed al massimo livello della scala nazionale; e per la presenza della discarica e dell’impianto di compostaggio di Castelceriolo. Il monitoraggio ambientale dell'ARPA ha rimarcato il forte inquinamento delle acque sotterranee e di quelle superficiali, non escludendo che le stesse interagiscano tra loro. La sommatoria di tutti i fattori inquinanti rende ancor più delicato il quadro ambientale in quanto segue un andamento esponenziale e l'inquinamento dell'aria, del suolo e dell'acqua comporta inevitabilmente l'alterazione ed il degrado della catena alimentare con conseguente sviluppo di malattie e di danni all'ambiente. La Fraschetta è infatti ai primi posti in Italia negli studi epidemiologici per morti a causa di malattie degenerative e polmonari”.
Castellazzo e comuni limitrofi (Alessandria, Oviglio, Borgoratto, Frascaro, Gamalero, Castelspina, Casalcermelli, Bosco Marengo, Frugarolo) negli studi epidemiologici di Provincia e Arpa presentano dati di estrema gravità: “presentano una mortalità generale per tutte le cause significativamente superiore all’attesa in entrambi i sessi; anche la mortalità per tutti i tumori e per il tumore al polmone presentano SMR (rapporto standardizzato di mortalità n.d.r) costantemente e significativamente elevati sia nei maschi che nelle femmine; altre cause presentano SMR elevati: tumore del colon, vescica, stomaco nei maschi, utero e colon nelle femmine; eccessi statisticamente significativi anche per morti dovute a malattie dell’apparato circolatorio…”.
In quanto la Fraschetta deve essere considerata come inquinamento a livello di saturazione, abbiamo chiesto che sia applicato il principio della valutazione di impatto ambientale strategica, ovvero che ogni nuovo insediamento industriale debba essere valutato inserito nel quadro globale. Tale valutazione dimostrerebbe che l’inquinamento aggiuntivo della centrale a biomasse non trova alcuna compensazione sul territorio (es. teleriscaldamento).
Non a caso Castellazzo è compresa nella “zona di piano per la tutela della qualità dell’aria”, norma che verrebbe violata.
L’inquinamento atmosferico, anzichè ridursi come prevedono le leggi, verrebbe aumentato dalle emissioni del nuovo impianto e dal traffico di autotreni da esso generati (centinaia il giorno).
Si consideri nella zona il movimento di masse d’aria al suolo prevalentemente lento e dunque un microclima del tutto sfavorevole alla dispersione degli inquinanti.
Si aggiungano gli inquinamenti di suolo e sottosuolo, dell’alienazione delle ceneri, nonché la modifica dell’ecosistema causata da consistenti prelievi d’acqua rilasciati poi ad elevate temperature.

Le dimensioni della centrale la rendono inaccettabile. Centrali a biomasse sono tollerabili (all’incenerimento è sempre preferibile il compostaggio) se e quando sono in rapporto e a misura del territorio. Vale a dire a patto che gli impianti siano di piccola taglia perché la materia prima deve essere prelevata solo in loco e nel massimo rispetto degli equilibri ambientali. Nel caso dell’impianto di Castellazzo, invece, l’equivalente di biomasse sarebbe addirittura pari all’intera produzione boschiva della Provincia Alessandria. Neppure sono argomentabili integrazioni derivanti dal taglio dalle rive dei fiumi o da nuove piantagioni. Più credibile sarebbe l’importazione di legname dall’estero. Il che renderebbe però antieconomica una centrale per riscaldamento e illuminazione di serre di basilico, e soprattutto dovrebbe fare i conti con gli inquinamenti prodotti dai trasporti. A parte la balla del basilico, insomma, la centrale è destinata piuttosto a produrre energia elettrica da vendere all’Enel, strapagata dagli incentivi statali. Non serve al territorio ma fa servitù del territorio. Non crea occupazione, anzi danneggia la qualità e l’immagine dei prodotti agricoli (pregiati) della zona. Con la sua possibile trasformazione, rappresenta infine il cavallo di Troia atto a introdurre l’inceneritore provinciale dei rifiuti, per il quale si sta appunto cercando il sito per la collocazione. La terza linea dell’inceneritore di Brescia (preso a modello per Alessandria) è alimentata dalle cosiddette biomasse, in realtà residui industriali, esempio del processo di riciclaggio della carta straccia, pieni di vernici, metalli pesanti e soprattutto cloro (uguale: policlorobenzeni e diossine).

In considerazione di quanto esposto, ammoniamo la Provincia sul fatto che se il progetto non rientra, a prima vista, nelle tipologie soggette alle formali procedure di VIA regionali non può e non deve essere scambiato per una anticipata e tacita risposta autorizzativa favorevole e neppure per un automatico incondizionato avallo. Da parte di nessuno.
Anzi, crediamo che gli amministratori debbano sentire ancora più fortemente esaltate, anche di fronte alla popolazione -finora tenuta all’oscuro- le responsabilità politiche dirette e non delegabili delle scelte.
Contiamo, dunque, che il progetto sia esaminato con tutta l’attenzione necessaria a salvaguardare un’area della nostra provincia che, si sa, ha bisogno di tutto tranne che di nuovi, ulteriori insulti ambientali, e che ad esso non venga dunque concessa l’autorizzazione.
L’esistenza riconosciuta di una situazione ambientale locale abbondantemente compromessa non può diventare una sorta di salvacondotto per tutte quelle iniziative ambientalmente discutibili che, non trovando ospitalità da altre parti, dirigono il loro interesse verso un’area che evidentemente immaginano poco difesa da enti o autorità a questa funzione preposti.
Deve essere chiaro a tutti che spalancare aprioristicamente le porte a qualsiasi genere d’insediamento industriale senza valutarne bene tutte le ricadute sul delicato e complesso sistema locale rappresenta proprio il principale ostacolo allo sviluppo dell’economia e dell’occupazione: è la malattia di cui dice di essere la cura.
Ci si renda finalmente conto che la qualità dell’ambiente è un requisito decisivo nella valutazione della convenienza localizzativa di ogni territorio che voglia attirare investimenti per attività moderne, pulite, tecnologicamente avanzate e ad alta e buona occupazione.

Associazione dei comitati della Fraschetta
e Segreteria Rete ambientalista provinciale