23 ottobre 2003
Considerazioni ulteriori sul blackout
Un contributo di idee inviatoci dall'ing. Giuseppe FORNARI di Genova
Subito dopo il blackout del 28 settembre, attraverso quanto pubblicamente disponibile
sui giornali, su vari siti ufficiali ed assistendo ai dibattiti televisivi,
deprimenti ma istruttivi, avevo cercato di ricostruire un quadro abbastanza
preciso di quanto successo; ne ho trovato puntuale e documentata conferma nel
bell’articolo di Giovanni Valentini apparso sulla Repubblica di venerdì
scorso.
Per riprendere il discorso da dove l’ha lasciato questo articolo, è
utile anche ricapitolare quanto accaduto, che farò scusandomi anticipatamente
se ripeterò cose già dette.
L’incidente è di estrema gravità, in quanto il blackout
totale è il più grave evento che possa accadere ad una rete elettrica.
Per un miracolo, forse dovuto al fatto che quasi tutti erano a letto, ha causato
principalmente pesanti danni economici e molti disagi, ma non ha causato danni
irreparabili come la perdita di vite umane.
È però un segnale preciso di una situazione di estrema tensione,
che deve essere attentamente esaminata, evitando assolutamente di sottovalutarla.
Ciò che ha innescato l’incidente è assai poco importante,
mentre è essenziale capire cosa è successo, perché è
successo e chi ne è eventualmente responsabile ; ed anche cosa potrà
succedere in seguito, aggiungo.
Cause e responsabilità di quanto accaduto sono state da subito chiare:
quanto successo era prevedibile, non è imputabile a fatalità o
ad errore umano, e chi era responsabile di gestire la rete ha agito con una
leggerezza incomprensibile.
Evidentemente comportamenti analoghi, forse un po’ meno rischiosi, erano
prassi consolidate.
Per meglio comprendere il senso di quanto è successo, può soccorrere
l’autorevolissima rivista americana IEEE Spectrum, che, a margine del
blackout del 14 agosto a New York, ha pubblicato a settembre un editoriale dal
titolo “Big Blackout Surprises Politicians, But Not the Power Community”.
Come a dire: lo sapevano tutti.
Qualcuno ha parlato di “spappolamento delle responsabilità”,
dovuto ad una liberalizzazione tutt’ora incompleta, che ha fatto seguito
alla privatizzazione.
Può anche essere, ma il vero motivo è la deregulation completa
che ha accompagnato la liberalizzazione; non il naturale rodaggio nell’applicazione
delle regole, ma la mancanza di regole adeguate.
La stessa situazione si sta verificando un po’ in tutti i paesi che hanno
preso la stessa decisione di aprire il mercato, ma là c’è
almeno un dibattito serrato su quanto accade.
Ciò che è successo negli Stati Uniti, nel mese di agosto, avrebbe
pur dovuto insegnarci
qualcosa, invece il gestore della rete, subito dopo quel blackout, ha detto
che “quanto è successo là da noi non potrebbe succedere”.
Infatti, da noi è successo di notte, quando la potenza richiesta era
minima……
Bisognerà ora provvedere agli interventi più urgenti, come dotare
la rete di sistemi di protezione di emergenza adeguati alle modalità
di gestione del tutto nuove conseguenti alla liberalizzazione; forse sarà
anche necessario aumentare le riserve disponibili, per non ricadere nei distacchi
programmati dei carichi di quest’estate, solo in parte dovuti a condizioni
climatiche eccezionali.
La soluzione formale del problema delle responsabilità, non so quanto
adeguata, è già stata annunciata: il Gestore della Rete Nazionale
(GRTN) verrà riassorbito da Enel Rete
( Terna), poi Terna verrà resa del tutto indipendente e forse verrà
privatizzata.
Le vere cause di quanto successo vanno però ricercate altrove, altrimenti
non si spiegherebbero proprio le scelte ed i comportamenti che hanno reso possibile
l’incidente .
L’attenzione spasmodica al risparmio economico, con scarsa o nulla considerazione
per la sicurezza e l’affidabilità di un servizio vitale, è
originata dalla pressione quasi insostenibile di costi di produzione dell’energia
elettrica troppo elevati , derivanti dalla necessità di utilizzare impianti
ormai tecnologicamente obsoleti, a troppo basso rendimento e comunque non sufficientemente
flessibili.
La liberalizzazione del mercato, iniziata di fatto cinque anni fa ma programmata
anni prima, per ora non ha proprio funzionato, anzi: doveva produrre più
energia a costi , e quindi a prezzi, più contenuti, invece ha praticamente
protratto la situazione di immobilismo che data ormai dal referendum sul nucleare
del 1989.
Ma i soldi provenienti dalla vendita delle centrali non dovevano servire anzitutto
a finanziare il rinnovo del sistema complessivo ed a garantire un miglior futuro,
assicurando tariffe elettriche più favorevoli e rispettando più
stretti vincoli ambientali?
Il processo di liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica è
stato avviato con il decreto Bersani del 1999, preceduto dalla normativa europea,
attraverso il trasferimento della gestione della rete al GRTN e la vendita a
tre gruppi privati di un numero importante di centrali, con un doppio vincolo:
agli acquirenti di attuare la normativa europea di impatto ambientale; al GRTN
di assicurare la priorità per l’immissione in rete dell’energia
prodotta dalle centrali ad alto rendimento.
Di fatto si è trasformato il regime di monopolio preesistente nel regime
di oligopolio attuale, lasciando tutto il resto immutato . È stato solo
aumentato il numero degli attori , portandolo a quattro, con Enelpower in una
posizione dominante , avendo mantenuto la proprietà della metà
delle centrali.
In questa situazione sia Enelpower, che aveva in precedenza - come Enel - avviato
importanti programmi di ammodernamento degli impianti esistenti, che i nuovi
entrati, che avevano confermato e migliorato, sulla carta, tali programmi per
la parte di propria competenza, hanno di fatto disatteso a questi impegni ed
aggirato i vincoli. ambientali.
È oggi evidente che , da solo, il vincolo ambientale non è sufficiente
ad assicurare che i proprietari finanzino il miglioramento degli impianti, preferendo
sfruttare la rendita di posizione .
Ogni possibilità di incidere su questa situazione può derivare
solo dai nuovi piccoli produttori che, dopo essersi sottoposti ad un iter autorizzativo
lungo e laborioso, si affacciano sul mercato con impianti costruiti ex-novo
che sfruttano le tecnologie più recenti: a loro viene garantita una quota
di produzione via via crescente a prezzi estremamente remunerativi. Senza alcuna
reale concorrenza.
La competitività effettiva si potrà raggiunge solo quando la loro
quota complessiva di mercato avrà raggiunto un valore tale da incidere
pesantemente sui profitti dei quattro grandi produttori (forse di più
, in futuro , se altre quote di Enelpower verranno cedute, ma non cambia) ,
che a questo punto saranno costretti, per sopravvivere, a riammodernare i loro
impianti.
Da quel momento, forse, le tariffe elettriche potranno finalmente iniziare a
scendere.
Il futuro energetico è quindi affidato solo a loro, ai piccoli produttori,
dopo tutto il terremoto che è stato generato.
Nel frattempo prospera anche chi ha possibilità immediata di importare
energia dall’estero a costi bassi per rivenderla in Italia a prezzi elevati,
con qualche rischio aggiuntivo per gli utenti, evidentemente.
Stiamo percorrendo un cammino molto lungo; con conseguenze assai pesanti, tra
l’altro, dal punto di vista dell’utilizzazione del territorio.
Salvo sporadici interventi, la situazione del parco delle centrali termiche
esistenti - che oggi è ancora quella di trenta, quarant’anni fa-
sembra quindi destinata a mantenersi tale ancora per lunghi anni, per un decennio
almeno, forse più..
La situazione di quasi stallo attuale non è allora dovuta a vincoli ambientali
troppo stringenti, come si è lasciato credere - le licenze per le centrali
esistenti già ci sono e non è necessario chiederne di nuove -
ma a motivi strutturali.
Forse sono da modificare quelle regole del gioco che hanno dimostrato di non
funzionare, non le regole generali che sono state imposte dall’Europa,
ma le nostre regole, quelle per l’apertura del nostro mercato interno.
Si è passati da un sistema di stretta pianificazione della produzione
, ridondante ma funzionante, ad un sistema di libero mercato, che avrebbe dovuto
assicurare efficienza, sicurezza, costi minori, benefici ambientali e regole
certe per i consumatori. Dove è tutto ciò?
Ci stiamo poi dimenticando che da noi non si sta parlando di “ integrazione”
tra diversi sistemi, argomento su cui si sta ferocemente discutendo, ad esempio,
tra produttori e consumatori di Canada e Stati Uniti a proposito dei benefici
derivanti dall’eventuale integrazione totale dei due mercati. E lì
si parte da livelli di tariffe irrisori rispetto ai nostri.
Da noi l’integrazione totale del mercato già c’era e nessuno
per ora parla dell’integrazione completa della nostra rete in quella europea,
che comporterebbe ben altri discorsi , non quelli fatti da qualche solone nostrano,
sui reali vantaggi di connettere in maniera “pesante” un paese lungo
e stretto come l’Italia, una penisola, all’Europa continentale :
sarebbe tra l’altro proprio il contrario di quanto si pensa per il futuro
attraverso “l’energia diffusa”.
Il blackout avrebbe dovuto mettere in evidenza proprio queste poche, ma rilevanti,
considerazioni, peraltro condivise da quasi tutti i tecnici del settore.
Si è invece colta al volo l’ondata di timore generata dal black
out per incassare in tutta fretta il consenso alla costruzione dei nuovi impianti,
partendo dal “ prato verde”.
Ma mettere innanzi a tutto la costruzione di nuovi impianti, oggi, con gli impianti
che abbiamo, significa fare del terrorismo da blackout.
Bisognerebbe sciogliere subito il nodo che blocca l’esistente, non i vincoli
che condizionano l’accelerazione del tutto nuovo.
In merito alla liberalizzazione è inutile piangere sul latte versato,
quel che è fatto è fatto e così hanno fatto tutti, sarebbe
invece indispensabile darsi da fare per velocizzare al massimo il reale rinnovo
del sistema attuale, saltando passaggi inutili o, peggio, dannosi.
Né credo che oggi qualcuno potrebbe ragionevolmente opporsi al rifacimento
degli impianti esistenti - utilizzando le tecnologie migliori e più moderne,
a gas o a carbone che siano - perché, nel rispetto di tutti i parametri
ambientali, ciò significa aumento dei rendimenti, riduzione rapida e
sensibile dei costi di produzione (quindi anche delle tariffe elettriche), nonché,
elemento importantissimo guardando al futuro, un po’ più di energia
a disposizione.
Parliamo di rinnovi sostanziali, che incidano sui rendimenti degli impianti
e sulla loro flessibilità ( cioè la capacità di assicurare
elevati rendimenti anche a carichi ridotti), non
di facciata, come la pura e semplice trasformazione a metano.
Pur con tanto ritardo e senza pensare al nucleare, le opzioni ancora ci sono,
e più di una, in modo da tener conto anche della sicurezza degli approvvigionamenti.
Il vero problema alla fin fine è quello di convincere, o meglio spingere,
attraverso regole adeguate, gli attuali quattro grandi proprietari a finanziarne
subito l’adeguamento tecnologico dei propri impianti, senza attendere
il loro comodo.
È possibile ? Penso di sì e, anche se difficile, si dovrebbe ben
trovare il modo di farlo.
Basterebbe guardare al caso della Germania, che, restando ben con i piedi per
terra, ha colto l’occasione della riunificazione per rinnovare completamente
il parco centrali dell’est, rispettando così nella sostanza i vincoli
di Kyoto ( non come noi che li rispettiamo solo con le importazioni ) e mettendosi
in una situazione di relativa sicurezza, che le permette di affrontare con calma
i problemi del futuro, energie rinnovabili incluse.
Nell’inerzia che ha caratterizzato la situazione sin dai tempi dell’arresto
del nucleare, abbiamo invece alimentato il miraggio delle energie rinnovabili,
per ora in larga misura irraggiungibile almeno nella dimensione elevatissima
che a tutti piacerebbe.
Fatta salva l’importante eccezione dell’eolico, che dovrebbe già
oggi essere sviluppata al limite delle potenzialità, limitate in Italia
rispetto a quelle dei paesi nordici, più “ ventosi” per posizione
geografica.
Noi abbiamo il sole, ma purtroppo oggi è ancora lontano dall’essere
competitivo.
Dovremmo allora prendere più sul serio gli impianti di generazione combinata
di calore - per riscaldamento e teleriscaldamento - ed elettricità; facendone
tanti, in tutte le città dove è possibile e conveniente.
Inoltre abbiamo trasformato in uno slogan privo di contenuti un fattore che
è invece fondamentale, con le correnti previsioni di aumento dei consumi
che viaggiano ai livelli del 2-2,5% all’anno.
Parlo del risparmio energetico, che prima di tutto significa ridurre gli sprechi
privati e pubblici : per l’illuminazione, per il condizionamento, per
gli elettrodomestici e per l’onnipresente elettronica, computer inclusi.
Considerando i prossimi 10 anni, si può ragionevolmente ipotizzare che
tutte le energie rinnovabili - o equiparabili - competitive e rilevanti dal
punto di vista numerico (cioè eolico; biomasse, incluso RSU; cogenerazione
), possano contribuire al massimo alla metà del possibile aumento dei
consumi; l’altra metà potrebbe solo provenire dalla riduzione degli
sprechi di energia, cioè dalla “riduzione dei consumi inutili”(
non dalla rinunzia al servizio).
A meno di non pensare di far fronte anche a questa esigenza con impianti costruiti
ex-novo.
Ma i consumi di altri paesi, Stati Uniti in testa, che pur partono da livelli
elevatissimi, dovrebbero insegnare qualcosa: ad esempio per le esigenze degli
impianti di condizionamento, privati o meno, non c’è un ragionevole
tetto all’inutile stabilito dalla domanda dei consumatori; come test vedremo
cosa potrà succedere anche in Italia l’anno prossimo, con il caldo
che abbiamo avuto quest'estate.
Ottenere un reale risparmio è facile a dirsi, meno a farsi, perché
lo strumento da utilizzare non sarebbe solo quello, benevolo, degli incentivi,
ma anche quello, più odioso, dei disincentivi: l’utilizzo intelligente
delle tariffe elettriche per ricavare di che investire di più e meglio
in ben precisi obiettivi di risparmio (ad esempio diffondere in tutti gli edifici
un efficace isolamento termico per ridurre i consumi del condizionamento), come
ha raccomandato chiaramente la Commissione Europea.
Ma anche per rendere realmente competitive altre energie alternative, oltre
l’eolico, impresa veramente ardua, quindi assai dispendiosa.
E chi mai potrebbe oggi fare tutto ciò a cuor leggero, partendo dalle
tariffe attuali, che sono già così alte per i motivi già
detti?
Le tariffe attuali contengono già alcune delle voci che sarebbero necessarie,
guardare le bollette per credere. L’entità, che non compare, è
forse insufficiente?
Più facile, senza troppe discussioni, assecondare i grandi produttori
e dare mano libera ai piccoli, costruire nuovi impianti, partendo da zero, anziché
rinnovare quelli esistenti, ed aggiungere ancora nuovi impianti per far fronte
alla prevedibile espansione della domanda, anziché intervenire per ridurre
drasticamente l’incremento dei consumi; ipotecando così sempre
più pesantemente il futuro, quello prossimo e quello più lontano.
Penso che ce ne sarebbe già abbastanza per suggerire un riaggiornamento
dei vari programmi energetici ed una seria rivisitazione degli strumenti per
attuarli, incluse le norme che regolano il libero mercato.
Se si facesse ciò, in attesa di benefici questa volta certi, si potrebbe
anche chiedere ai cittadini qualche sacrificio, non prima. Intanto, sappiamo
bene, la domanda di energia elettrica è rigida, dipende abbastanza poco
dalle tariffe, come dimostrano di sapere bene anche i produttori.
Altrimenti, dovremo attendere il prossimo blackout , che purtroppo potrebbe
avvenire di giorno.