Per il fine anno 2003, Antonello Brunetti, che gestisce con la collaborazione tecnica di Walter Arzani il sito www.comitatiscrivia.it, vi propone, come omaggio da poca spesa, questa letterina di Natale, con l'auspicio che possa esservi gradita.
Grazie.

Questa lettera viene inviata a 70 persone, quelle che abitualmente da qualche mese, suddivise in due gruppi (in un colpo solo la posta non parte, non ne conosco il motivo), ricevono settimanalmente una selezione delle notizie e documentazioni su tematiche ambientali della nostra zona. Il sito, grazie alla collaborazione di molti, nel giro di sei mesi (abbiamo iniziato a fine maggio) ha già acquisito un patrimonio di 159 pezzi.


LENTIUS PROFUNDIUS ET SOAVIUS

Una dozzina di anni or sono ebbi modo di leggere un articolo di Michael Ende - purtroppo scomparso qualche tempo dopo - che mi colpì e che ritengo sempre più attuale.
Era intitolato IL TEMPO DELL'ANIMA

"Nel corso di una spedizione all'interno dell'America centrale per effettuarvi scavi, un gruppo di scienziati aveva ingaggiato alcuni indios per il trasporto del materiale. Per i primi quattro giorni tutto andò per il meglio in quanto i portatori erano volonterosi e robusti e si contava quindi di rispettare i tempi. Ma il quinto giorno gli indios si rifiutarono di proseguire: se ne stavano seduti in silenzio, in cerchio, accoccolati sul terreno e non c'era verso di stimolarli a riprendere i carichi. Nonostante le offerte di denaro e le minacce, gli indigeni rimanevano muti, seduti in circolo. Gli scienziati non sapevano più cosa fare ed erano rassegnati; ma improvvisamente, due giorni dopo, i portatori si alzarono, si caricarono i bagagli e ripresero il cammino, senza aver accettato alcun aumento di paga e senza che gli fosse stato in alcun modo ordinato. Gli scienziati non sapevano spiegarsi un comportamento così anomalo. Più tardi, quando si fu stabilito un rapporto di fiducia reciproco, uno degli indios diede la seguente spiegazione: - Correvamo troppo e quindi abbiamo dovuto aspettare che le nostre anime ci raggiungessero".

Mi sembra che gli uomini civilizzati abbiano molto da imparare da questi indios primitivi. Noi osserviamo gli orari delle azioni esterne, ma in noi è morta quella sottile sensazione del tempo interiore, il tempo dell'anima. Non abbiamo scelta, non possiamo sottrarci, abbiamo creato un sistema, un ordine economico di concorrenza spietata e di pressione mortale per la prestazione. Chi non ce la fa rimane per strada. Ciò che ieri era moderno oggi è già obsoleto. Corriamo con la lingua fuori, agganciati l'uno all'altro, sospinti da un condizionamento psicologico feroce. Se uno corre più forte gli altri devono fare altrettanto. Questo noi lo chiamiamo PROGRESSO. Ma da cosa "progrediamo"? Dalla nostra anima? Quella l'abbiamo ormai lasciata indietro da molto tempo con i suoi pensieri più profondi, con la sua determinazione di bontà-altruismo-solidarietà, con il suo desiderio di collettività fraterna, con la sua aspirazione a capire e a comunicare, con la sua gioia di sviluppare valori spirituali da porre al servizio di tutti, con il piacere immenso di essere in sintonia con la natura, con ogni forma di vita, con la creazione di ogni forma di vita.
Era dunque questo il nostro obiettivo, un mondo senza anima?
E' possibile che tutti noi ci si sieda assieme per terra, a riflettere e ad aspettare in silenzio?
Questo PROGRESSO fatto di tante comodità, di lavatrici, di automobili, di aerei, di telefonini, di computer, di centri commerciali, rende la nostra vita più agevole, ci scarica di lavori gravosi, ci lascia più tempo per dedicarci all'essenziale. Dunque ci libera. Ma da che cosa ci libera? Forse proprio dall'essenziale!
Mi è capitato di recente di sentirmi ripetere (anche da parte di un prete) o di leggere affermazioni di questo genere: "Il progresso ha un costo, se si vuole godere di ogni ritrovato della tecnologia occorre produrre energia e pagarne qualche conseguenza, altrimenti si rinunci ai consumi". È evidente che il problema richiede una trattazione assai ampia. Ma basterebbe chiedersi chi pagherà i costi del progresso. Certamente noi, ma soprattutto chi verrà dopo di noi e che non ha avuto alcuna voce in capitolo sulle scelte della nostra epoca che andrà sotto il nome di "democrazia del profitto". Questa corsa sfrenata e sgangherata che ci fa perdere l'anima e il rapporto con la natura non è progresso, ma solo ricerca del profitto senza limiti. Così affermava papa Wojtila nel 1994: "L'ambiente è spesso considerato come un oggetto di conquista e di sfruttamento, una vera e propria preda, con conseguente danno per gli equilibri dell'ecosistema, per la salute degli abitanti e per le generazioni future. L'equilibrio ha raggiunto un punto critico sotto la spinta della ricerca del profitto senza limiti".
Ritornando a Ende, aggiungeva nel suo articolo: "Nel Vangelo leggo una frase curiosamente simile a quella dei portatori indios: -Che vantaggio avrebbe l'uomo, se conquistasse tutto il mondo, e perdesse poi l'anima sua? (Matteo, libro XVI, versetto 26).
Ma che c'importa delle nostre anime! Le abbiamo già perse da qualche parte lungo il nostro cammino e nessuno di noi si ferma un attimo a riflettere, nessuno si siede a terra ad attenderle.

Riagganciarci alla nostra anima, riappropriarcene vuol dire tante cose e ognuno di noi può a piena ragione indicarne alcune prioritarie. Io vorrei - senza alcuna pretesa di aver individuato l'aspetto più importante, ma semplicemente quello che a me personalmente preme di più - indicare nella riconciliazione con la natura una delle aspirazioni più pure della nostra spiritualità.
Anni fa la Natura andava di moda; ma proprio perché era solo una moda si è rapidamente conclusa. Vi ricorderete come una quindicina di anni fa pareva che Nord e Sud del mondo dovessero trovarsi uniti per stabilire come usare insieme, in modo giudizioso e riguardoso, le risorse di tutta l'umanità, di tutto il pianeta? Il tutto si è concluso oggi senza grandi impegni e soprattutto senza alcuna realizzazione positiva.
Allora mi sembra che tra coloro che non cercano un impegno effimero, che gridano democrazia quando tutti gridano democrazia, che gridano giustizia nel momento in cui tutti gridano giustizia, una attenzione particolare e costante vada all'integrità del creato.
Ma reintegrazione, riconciliazione con la natura cosa vuol dire?
Io sono assolutamente convinto che l'unica via sia quella di una vita più semplice.
Quando duecento anni fa Kant si preoccupava di che tipo di messaggio morale trovare per tutti, credenti o non credenti, che tipo di regola formulare perché fosse valida per tutti, ha trovato alla fine questa regola: cerca di comportarti in modo tale che i criteri che ispirano la tua azione possano essere gli stessi criteri che ispirano chiunque altro.

Quindi credo che il primo e fondamentale messaggio ecologico che oggi si possa dare sia quello di una vita semplice, di una vita che consumi poco, di una vita che abbia un grande rispetto di tutto quello con cui abbiamo a che fare, compresi gli animali, comprese le piante, compreso il paesaggio, cioè tutto quello che ci è stato dato in prestito e che dobbiamo restituire ad altri.
Un secondo aspetto è l'affiancare alla convivenza con la natura, la convivenza con i diversi da noi. Occorre che ci attrezziamo alla convivenza, che sviluppiamo una cultura, una politica, una attitudine alla convivenza, cioè alla pluralità, al parlarsi, all'ascoltarsi. Uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di quello che Alex Langer definiva "un futuro amico" sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interculturale e interetnica.

Per essere propositivo vorrei riprendere uno scritto di Langer e segnalarvi la variazione di un motto molto conosciuto.
"Voi tutti conoscete il motto che De Coubertin ha riattivato per le moderne Olimpiadi prendendolo dall'antichità, il motto è: CITIUS (più veloce), ALTIUS (più alto), FORTIUS (più forte).
Citius, altius et fortius era un motto giocoso, un motto appunto per le Olimpiadi che erano un gioco competitivo. Oggi queste tre parole potrebbero essere assunte come quintessenza della nostra civiltà e della competizione della nostra civiltà: Dovete essere sempre più veloci, dovete arrivare più in alto, dovete essere sempre più forti e dominanti.
Io suggerirei il contrario, vi propongo il LENTIUS, PROFUNDIUS ET SOAVIUS, cioè di capovolgere ciascuno di questi termini: più lenti anziché più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente, più soavemente invece che più forte, più roboanti, più appariscenti.
Con questo motto, da apporre alla nostra anima con cui ci siamo ricongiunti, non si vince alcuna battaglia frontale, non si surclassa un avversario in una baruffa di "Porta a porta", ma certamente si ha il fiato più lungo".

Infine per concludere, un po' confusamente come nella chiacchierata qui sopra, vorrei citarvi una frase tratta da Siddharta di Herman Hesse
"Impara dall'acqua: è bene discendere, tendere verso il basso, cercare il profondo"

e rendervi partecipi di un breve scritto che un mio caro amico, proprio ieri sera mi ha letto.


Annusiamo l'aria per capire
che è rimasta una sola stagione,
la stagione dei motori.

Guardiamo l'orizzonte per vedere
che è rimasto un solo profilo,
la sagoma dei ripetitori.

Ascoltiamo la sera per sentire
che è rimasto un solo silenzio,
il calare dei rumori.

Cosa è diventato il nostro paese?
Cosa è diventato il nostro pianeta?
Cosa siamo diventati noi?

È giusto chiederselo?
È giusto non chiederselo?
È sufficiente non rispondere?

Castelnuovo Scrivia 18 dicembre 2003