Bozza per una eventuale lista a Novi
CLUB DELLA TORRE di Milano e Cassulo

Riceviamo da Renato Milano e inseriamo nel sito

Il Gruppo Misto, presente nel consiglio comunale a Novi negli anni dal 90 al 95, si era contraddistinto per una certa attenzione ai problemi urbanistici e dell’ambiente.
Era fondamentale, per noi, il rispetto dei principi del cosiddetto “Sviluppo Sostenibile”, un concetto usato da molti, ma conosciuto da pochi. Anzi, spesso il suo uso è solo strumentale ad un opportunismo politico teso a mostrare una benevolenza “di facciata” verso i temi della qualità della vita. Ciò non aveva nulla a che vedere con una concezione “sostenibile” del progresso. Vorrei richiamare solo alcuni principi che rendono realizzabile, in relazione al nostro ambito novese, l’idea della sostenibilità ecologica.

1) Il ciclo materie prime – lavorazioni – consumo - rifiuti non deve avere, per quanto possibile, un andamento lineare, ma deve tendere ad una rappresentazione circolare del sistema, ossia:
a) il consumo e l’estrazione di materie prime devono comunque privilegiare la conservazione delle risorse (vedi il caso della cava della Val Lemme) e devono essere limitati dall’uso di appropriate tecnologie (vedi il consumo energetico);
b) le lavorazioni tendono al minimo di scarto e al minimo di inquinamento (vedi alcuni cicli produttivi, come quello dei laminati);
c) il consumo dei prodotti finiti tende alle merci dematerializzate (i prodotti detti “soft”), ai beni durevoli, alla rinuncia dell’imballaggio (plastiche, cartoni, ecc.), alla rinuncia dei prodotti usa e getta.
d) il rifiuto diventa a sua volta materia prima tramite la raccolta differenziata e il riciclaggio.
2) Qualsiasi opera che abbia un impatto ambientale e sociale deve essere necessaria, almeno in misura proporzionale al peso del suo impatto. Sembra una definizione scontata, ma non è così: vedi infatti la linea FS di Terzo Valico, la cui necessità, a fronte di un impatto ambientale e sociale gravissimo, non è affatto dimostrata (anzi, tutt’altro).
3) A fronte di qualsiasi opera necessaria è fondamentale studiarne le alternative possibili nel recupero dell’esistente. Dal 1966, gli anni dei primi testi di Campos Venuti, questo principio viene affermato da tutti i cultori delle scienze urbanistiche. Approfondito poi da altri (Cederna, Guiducci, ecc.) viene tuttavia quasi del tutto ignorato dalle amministrazioni comunali che costruiscono immense e desolate periferie urbane col solo scopo di favorire la speculazione fondiaria. Le città si sono così sviluppate o a “pezzi di città” (secondo un concetto di Cederna) o a “polpo informe” secondo una definizione di Guiducci. Ora, si comincia a capire l’importanza che avrebbe avuto il recupero dei centri storici, grazie anche agli esempi che ci vengono da Svizzera, Austria e dai paesi del Nord Europa. Sicuramente ci sarebbe stata meno la necessità di circondare le città di grossi centri commerciali e di outlet, (vedi l’Austria e la Svizzera ). Tuttavia il discorso del recupero, oggi, purtroppo, è lettera morta per quanto riguarda le grandi infrastrutture di trasporto, come il Terzo Valico.

Su questi tre principi, che fanno parte di una corretta gestione dello sviluppo di una città, possiamo costruire un programma politico che riassume tutta una gestione a misura d’uomo del futuro di una comunità urbana. La corretta gestione dell’ambiente cittadino, infatti, non è avulsa dalla gestione del sociale e favorisce lo sviluppo dei rapporti interpersonali di una comunità. Faccio qualche esempio. Lo spazio lasciato libero dalle auto favorisce i rapporti fra la gente: ossia, è meglio un parcheggio o una piazza con le panchine e una fontana centrale? Esiste, nell’appropriarsi degli spazi urbani, una concorrenza fra le auto e la gente: è ovvio che dove non ci sono le auto, o ferme o sfreccianti, c’è più spazio per anziani e bambini. Muoversi per Novi a piedi o in bicicletta ci consente di incontrare gente, di ritrovarsi con vecchi amici che da anni, percorrendo le strade urbane protetti dai nostri scatoloni di latta, non si incontravano.
Nelle città dove le piste ciclabili hanno avuto uno sviluppo notevole, sia come estensione che come frequentazione, sono migliorati anche i rapporti fra le persone: non solo lo hanno detto fior di psicologi, ma gli esempi lampanti li troviamo in Emilia.

Veniamo però ad alcune cose concrete che ci terremmo a ribadire e che nell’attuale amministrazione novese hanno visto maggioranza e opposizione (assieme) nel ruolo di nostra controparte.

1) Il Terzo Valico contravviene a tutti e tre i principi sopra citati.
a) Ha un tremendo impatto ambientale (è inutile approfondire tale concetto perché è ormai scontato per tutti).
b) Non è affatto un’opera urgente e indifferibile. Dovrebbe far fronte alla crescita di traffici di Teu (container) del porto di Genova. Tale crescita non esiste, ed è smentita dagli stessi dati di traffico forniti dall’Autorità Portuale di Genova. La crescita della movimentazione di Teu che, secondo i fautori dell’urgenza della linea avrebbe dovuto attestarsi sul 18% annuo è stata, in effetti, del 3,30% ed oggi accusa un ulteriore calo (nel 2002 è stata dell’1,80%). I sostenitori della linea, a fronte di queste smentite inopinabili hanno girato la frittata, motivando il Terzo Valico sul fatto che occorreva una linea in grado di trasportare treni da 50 carri. Anche questo è falso, afferma lo stesso Studio di Impatto Ambientale redatto da chi ha presentato il progetto che, a causa dei problemi del Nodo di Genova la linea non potrà portare treni con più di 11 carri a 4 assi e uno a due assi, appena messa in opera, oppure 14 carri a 4 assi nel 2020. Tale situazione è chiarita più dettagliatamente nel libro di prossima pubblicazione “Dal cavallo al treno”.
c) Non sono state minimamente prese in considerazione le possibilità di recupero e ammodernamento delle 5 linee di valico appenninico oggi esistenti in Liguria. Tale recupero, che abbiamo approfondito in un testo diffuso presso tutte le autorità (e peraltro mai smentito), e che apparirà anche nel libro sopra citato, consentirebbe una più razionale distribuzione dei traffici, evitando il collo di bottiglia Genova – Milano in un territorio che vanta una delle più alte densità infrastrutturali di tutta Italia. Consentirebbe inoltre un risparmio di territorio con un minor danno ambientale, un risparmio di spesa, un notevole risparmio di chilometri per molte importanti relazioni (vedi, ad esempio, il corridoio Ti-Bre).

2) L’Inceneritore contravviene a tutti e tre i principi sopra citati.
a) Rappresenta la soluzione finale per un ciclo lineare della gestione delle merci, contravvenendo ai punti c e d che ho appena citato nel primo principio, e quindi demolendo tutte le opportunità per sistema circolare, ambientalmente sostenibile. Anzi, essendo un impianto che produce energia, necessita di un afflusso costante di grandi quantità di rifiuti e rende vano il principio di una minor produzione di rifiuti (con la rinuncia dell’usa e getta e dell’imballaggio). Entra altresì in concorrenza con la raccolta differenziata, limitandola ai minimi della legge Ronchi (35%) quando saremmo certamente in grado di operare una raccolta differenziata pari ai nostri partners europei (50/60%). Tanto per citare un esempio, il Consorzio Alto Padovano, che è simile al nostro come numero di abitanti e come tipologie urbane, ha raggiunto già da qualche hanno il 56% di raccolta. Per quanto riguarda la pericolosità degli inquinanti di un inceneritore ultramoderno rimando alla pubblicazione “Oltre lo Spreco” del Prof. Luigi Mara. Dai dati scientifici esposti nel testo si può, ad esempio, dedurre, che la quantità di TCDD (la diossina di Seveso) emessa dal forno, per quanto espressa in quantità apparentemente ridicole, sarebbe comunque sufficiente, (secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità) a portare a saturazione circa 4 milioni di persone (o 3.800.000, come citato da alter fonti).
Per quanto riguarda il rischio di una storia evolutiva dell’impianto simile a quella dell’inceneritore di Brescia (da 100.000 tonnellate iniziali a 700.000), dove i comitati e i medici contrari all’impianto sono sempre più numerosi, rimando alle pubblicazioni ed ai convegni di Medicina Democratica
b) Sul secondo e terzo punto per uno sviluppo ambientalmente sostenibile riteniamo esistano numerose alternative allo scopo di ridurre notevolmente la dimensione dell’impianto e pertanto ridurne anche l’urgenza e la necessità. Abbiamo già visto quali risultati può dare una raccolta differenziata fatta bene, ma, qualora si prendessero in esame seriamente anche i punti a, b e c del primo principio si potrebbe ridurre notevolmente anche la massa dei rifiuti prodotti. Basti pensare che solo gli imballaggi contribuiscono al 40% di tale massa.


3) Sul discorso dell’eccessivo proliferare di centri commerciali c’eravamo già chiaramente espressi quando il problema poteva ancora essere affrontato, ossia prima che i buoi lasciassero la stalla. Avevamo dettagliato, con articoli ai giornali (alcuni pubblicati “a puntate” sul Nostro Giornale) quali avrebbero potuto essere i problemi prodotti da tale scempio. In particolare abbiamo evidenziato quanto segue.
a) L’impatto paesaggistico è scontato ed evidente: ne è l’apoteosi l’attacco che oggi sta subendo anche la collina. L’annullamento radicale della memoria storica dei luoghi devastati è un insulto alle nostre radici.
b) L’aumento del traffico è evidente; si tratterebbe di valutare l'aumento di inquinamento prodotto dalle auto in più e il peggioramento che tale aumento può indurre alla salute della gente. L'inquinamento prodotto dalle auto è noto (ed è ancora maggiore se le auto sono in coda); i dati epidemiologici, ossia l’incidenza che tale inquinamento produce sulle malattie e sulle morti, si possono rilevare dove tali studi già esistono (ad esempio nel Bresciano o a Marghera). Ci vuole un’autorità che proponga di farlo (tipo un consiglio comunale). Ma i dati che ne uscirebbero sarebbero seriamente preoccupanti: ce lo insegna l’esperienza di chi ci ha già provato.
c) Preoccupante è anche l’impatto idrogeologico di tali opere. Non voglio dilungarmi sui calcoli che mi ha insegnato un certo Ing. Giuliano Cannata (autore dello scomparso Studio di Pianificazione del Bacino dello Scrivia, ed anche uno dei massimi esperti mondiali di dinamiche fluviali). Basta calcolare la quantità di acqua piovana che cade sul terreno cementificato durante un evento meteorico (livello pluviometrico moltiplicato per il metri quadri di superficie impermeabilizzata) e il tempo di corrivazione che tale ingente quantità impiega per raggiungere lo Scrivia (ossia la velocità dell’acqua) per capire due cose:
- perché le piene dello Scrivia saranno sempre più pericolose;
- perché i pozzi e gli acquedotti elargiranno sempre meno acqua.

Su questa cosa, purtroppo, non abbiamo avuto alcun seguito, salvo la critica tardiva (e idiota) su “perché gli ambientalisti non hanno fatto nulla per fermare lo scempio”.

4) Sull’urbanistica ci sarebbe molto da dire. Novi è una città cresciuta a “pezzi sovrapposti”: senza regole, senza un disegno complessivo, e a fronte di un calo evidente della popolazione. E’ la classica città nata sulla “speculazione fondiaria”(“Amministrare l’Urbanistica” di Giuseppe Campos Venuti) e cresciuta a “polpo informe” (R. Guiducci) dove i tentacoli disseminati di capannoni, spesso vuoti, raggiungono i comuni limitrofi in una serie ininterrotta di orrori edilizi. Meglio sarebbe fermarsi e puntare tutto sul Centro Storico, rinunciando a mega progetti, quali lo spostamento della stazione.

5) Sul problema del traffico lascerei le cose invariate, salvo qualche sistemazione e qualche altra rotonda alla francese. Bernard Winkler, l’urbanista definito il “mago di Monaco di Baviera (visitate Monaco e capirete perché) afferma che qualsiasi cosa che snellisce il traffico diretto al centro della città non fa altro che attirare nuovo traffico al centro della città. Per esempio considera i parcheggi in centro dei forti “attrattori di traffico” e propone di farli decentrati (ad esempio nell’area Z1/2). Ossia: se il traffico in città deve essere snellito, lo scopo è solo quello di dirottarlo fuori dal centro dove gli automobilisti potranno trovare dei comodi parcheggi gratis.

6) Per esperienza personale ho notato come si faccia molto prima a muoversi per il centro cittadino in bici anziché in auto. Faccio un esempio: per raggiungere la stazione di Novi e prendere il Torino – Livorno delle 7,36 da casa mia (che si trova in periferia appena prima della salita di via Pasturana) impiego:
- in auto 17 – 18 minuti (è compresa la ricerca del parcheggio);
- a piedi 12 – 13 minuti;
- in bici 5 – 6 minuti.
Pertanto, perché non dotare Novi di un sistema funzionale di piste ciclabili (ovviamente prioritarie rispetto ai parcheggi), visto che in tante città la cosa ha funzionato ? Vedi infatti cosa è successo in Emilia, ma anche in Lombardia e in Veneto; e per non parlare di tanti paesi europei dove le bici girano con il carrettino per la spesa o la carrozzina per i bambini. E poi Novi non vanta forse delle importanti tradizioni ciclistiche?


Credo con questo di dover concludere le nostre dissertazioni su alcuni punti fondamentali per un programma ispirato alla Torre e agli omini che corrono. Molte cose mancherebbero, tra le quali anche una definizione più accurata di quanto esposto, tuttavia Gianni Cassulo mi ha detto di fare una paginetta ed io, rinunciando ad andare in montagna, ho scritto il meno che ho potuto.

Novi Ligure, 8.12.03

Milano Renato