L’alluvione di Messina e dell’Orba: riflessioni su disastri che hanno in comune la totale mancanza di una gestione ambientale del territorio, di norme contro l’abusivismo, di interventi celeri , di corruzione e di cementificazione dissennata

ORBA: L’ALLUVIONE DI 30 ANNI FA (da L'Informafiume - Marzo 2008)
“Disastrosa alluvione in Piemonte - Nove morti, dispersi, paesi isolati.
Colpiti la parte sud-orientale della provincia di Alessandria e i paesi di Campo Ligure, Rossiglione e Masone nell’alta valle Stura – Le vittime a Tortona, Predosa, Serravalle, Acqui e Campo Ligure – Interrotte nella zona le statali 10, 35 e 311 – Bloccate le ferrovie Torino-Genova ad Arquata e Genova-Milano a Tortona – I fiumi e i torrenti in piena hanno invaso i comuni provocando crolli e frane – Ad Ovada ha ceduto il ponte sulla Stura”.

Così titolava la prima pagina de La Stampa di sabato 8 ottobre 1977.
L’evento idro-meteorologico del 6-8 ottobre, ricostruito dai tecnici del C.N.R., interessò nei giorni 6 e 7 quasi l’intero bacino dell’Orba ed in parte quelli della Scrivia e della Bormida prima di
estendersi verso nord e nord-ovest e il bilancio fu alla fine di 15 vittime tra Piemonte e Liguria.
Nei giorni successivi alcuni giornalisti s’interrogarono sulle cause e sulle responsabilità delle alluvioni: 9 da quella del Polesine del 1951 a quella di Genova del 1970 con una media di una inondazione grave ogni due anni o poco più e con una intensificazione progressiva.
Tra questi Mario Fazio, inviato speciale de La Stampa, (un professionista serio, documentato, preparato sull’argomento e che aveva chiaro nella mente il contesto nel quale si sviluppano i fatti che passano sotto la sigla omnicomprensiva di “dissesto idrogeologico”) scrisse: “…strade collinari e montane, spesso costruite con diversi pretesti, causano frane e smottamenti… Diventa rituale il discorso sui progetti e piani governativi rimasti nei cassetti”, (viene alla mente, prima fra tutte, la Relazione De Marchi ma anche quella sul territorio genovese dopo il 1970) “ sui 1200 miliardi che ci costano ogni anno le frane. Oggi non basta più documentare errori, colpe, omissioni. Occorre una svolta netta che ci dia una seria politica per l’ambiente. Questa politica non sarà decisa fino a che l’opinione pubblica non la esigerà con vigore, superando lo scetticismo e il fastidio con cui ha accolto finora gli avvertimenti degli ecologi, scambiati per profeti di sventura.
Il prof. Enzo Vuillermin aggiunse: “Rubiamo spazio ai fiumi, costruiamo stupidamente negli alvei di piena o su zone franose e poi ci meravigliamo se le piene sono sempre più rovinose”.
Durante quell’evento nell’alessandrino meridionale le altezze di pioggia per periodi di 24 ore superarono in qualche caso i valori critici precedenti, con massimi d’intensità in alcune stazioni di rilevamento, di 50-60 millimetri all’ora.
Tali piogge generarono portate notevoli anche negli affluenti dell’Orba e fortunatamente le onde di piena di questi, giungendo sfasate nell’asta principale a valle di Ovada, diedero luogo ad una piena pur grave e di lunga durata, ma non catastrofica.
L’Orba nel secolo scorso ha visto le alluvioni del 25 e 26 giugno 1915, 16 maggio 1926, 11 novembre 1934, 13 agosto 1935, 12 novembre 1951, 15 e 16 ottobre 1966, 7 ottobre 1977 e 24 agosto 1987; sono solo le piene che hanno provocato danni nell’asta principale e non a caso il suo sottobacino ricade, per la sua posizione geografica, tra le due aree pluviometriche più critiche dell’intero bacino del Po.
Nel corso delle osservazioni e dei rilievi effettuati subito dopo l’alluvione ed in base all’abbondante documentazione fotografica raccolta, i tecnici del CNR constatarono, ancora una volta, che all’origine di molti danni vi erano, insieme agli effetti dovuti alla naturale evoluzione morfologica del territorio, implicazioni strettamente legate agli interventi dell’uomo; Mario Govi osservò che “Le varie forme di attività antropica hanno da sempre condizionato, in certa misura, e con diversi effetti, il modellamento dei versanti e corsi d’acqua; oggi si deve ritenere che il peso di tale condizionamento è divenuto determinante spesso in senso negativo, innescando tendenze evolutive non conformi al raggiungimento di migliori condizioni d’equilibrio”
Tra i motivi fondamentali più frequentemente osservati vi furono:
“- opere di attraversamento dei corsi d’acqua insufficientemente dimensionate con riduzione delle sezioni di deflusso, talora anche per la presenza di rilevati d’accesso su entrambi i lati, parzialmente occupanti l’alveo di piena;
- opere murarie di vario tipo per recupero di spazi edificabili a spese dell’area di naturale espansione del corso d’acqua;
- indiscriminata attività estrattiva lungo gli alvei con determinanti effetti modificatori della loro naturale tendenza evolutiva, sia planimetrica che altimetrica;
- opere sistematorie a carattere contingente e del tutto locale, con effetti negativi su tratti adiacenti non difesi;
- sviluppo edilizio su settori di conoidi alluvionali ricorrentemente attivi, o nell’immediata prossimità del letto ordinario di corsi d’acqua.

Sempre Govi, in conclusione di una sua relazione, affermò che “la frattura che si apre con sempre maggiore ampiezza tra quello che si fa e ciò che si dovrebbe fare al fine di evitare i danni di un evento idrogeologico ha indubbiamente spesso origini di natura speculativa, ma in parte dovuta a scarsa conoscenza ed informazione. Per rimuovere quest’ultima motivazione, che può diventare in qualche caso un comodo alibi, è necessario procedere con urgenza a render disponibili a tutti i livelli ogni documentazione ed elemento conoscitivo del territorio per una sua migliore utilizzazione.
Il Laboratorio del CNR manifestò la sua piena disponibilità a collaborare con la Regione per una serie d’attività tra le quali la “definizione di aree di particolare dissestabilità ed enucleazione di vincoli sull’uso del suolo”.
Da questa collaborazione è nata, tra l’altro, la carta delle Aree Inondabili per diverse serie di tempi di ritorno (inserita nella Banca Dati Geologica della Regione Piemonte).
Nel novembre 1995 un nuovo organismo di pianificazione, l’Autorità di Bacino del Po (nata con la legge 183 del 1989 sulla Difesa del suolo), adotta il Piano Stralcio delle Fasce Fluviali e vincola lo spazio da assicurare al Po e ai fiumi e torrenti maggiori del bacino, per assecondarli e cercare di diminuire i danni delle piene.
Sul tratto dell’Orba il Piano prevede nuovi argini, su entrambe le sponde, più esterni di quelli attuali per restituire una parte di golena all’espansione delle future piene più rilevanti.
I nuovi argini del Piano Fasce Fluviali (poi confluito nel PAI: il più generale Piano d’Assetto Idrogeologico), sono solo tracciati sulla carta topografica dall’organo di pianificazione e la vera e propria progettazione (e relativo finanziamento) spetta al Magistrato per il Po.
Nel marzo 2000 i Comuni di Casalcermelli e Boscomarengo approvano un accordo di programma per richiedere al Magis Po una delega per progettare direttamente le arginature (8,4 km in sponda sinistra e 7,8 km in destra) e l’erogazione dell’importo di 9 miliardi di lire.
Un progetto, riguardante un tratto più lungo di torrente (da Capriata alla confluenza con la Bormida), è presentato 5 anni dopo ed è redatto dal Magistrato per il Po, che nel frattempo è diventato A.I.PO – Agenzia Interregionale per il Po.
L’assurdo è che oggi, a 30 anni dalla piena del 1977 e a 12 dall’adozione del Piano Fasce, le nuove fasce fluviali con i relativi argini di progetto sono ancora sulla carta e l’A.I.PO sta procedendo a nuovi rilievi topografici sul torrente.
Piero Mandarino
Consigliere dell’Ente Parco