Cari amici, ad ogni fine anno vi propongo un pezzo di riflessioni personali sulle esperienze maturate. Quest’anno ho deciso di inviare ai 140 indirizzi collegati con www.comitatiscrivia.it un brano inconsueto che mi è capitato fra le mani in questi giorni. Ero ospite, presso Monza, di un amico che aveva appena ricevuto un “Notiziario parrocchiale” proveniente da una parrocchia locale. Mi ha affascinato l’articolo di testa, redatto dal vecchio parroco, don Angelo Casati, e, sia pure riducendone la lunghezza, ve lo rilancio, perchè... Beh, se lo leggerete, ne capirete il motivo.
Salute a tutti... e in particolare a coloro che provano fitte al cuore quando sentono in lontananza lo stridore di una motosega.

antonello brunetti

«... e diventa albero tanto che
vengono gli uccelli del cielo
e si annidano fra i suoi rami»
(Mt 13,32)

Piango sulla mia piazza... ed è Natale

È capitato qualche settimana fa, ma io ho ancora il cuore gonfio. Come rotto. Mi hanno rotto il cuore. Me l'hanno segato. E io ne porto ancora la ferita. Me l'hanno segato che ancora era notte.
Mi ero alzato, ed era buio, stavo scrivendo, quando mi ferì lo stridore di una motosega. Era violento, continuo, come se volesse fare presto, approfittando del buio, prima che il cielo vedesse. Urlava, come assetata di annientamento. Urlava e tu lo sai come si dilatano voci e suoni nella notte. Ebbi un presentimento che mi strinse il cuore. Corsi alla finestra, quello che temevo, quello che da tempo avevamo in tanti temuto, stava avvenendo. Nella notte, come è costume tra ladri, segavano impietosamente gli alberi della nostra piccola piazza, quella su cui guarda con occhi di tenerezza la nostra chiesa. Mi parve che piangesse. Quando poi il cielo si imbrividì di luce e apparve a tutti lo scempio, guardai in basso e poi in alto e, ti assicuro, mi sembrò triste anche il cielo, quasi si chinasse ad accarezzare i tronchi segati. E noi, che alle nostre proteste avevamo ricevuto solo risposte irritate o tuttalpiù scusanti quali “Facciamo quello che ci è stato ordinato di fare”, potevamo solo contare dai loro anelli gli anni della loro vita, recisa per atto violento, disumano.
Ti dirò che lo stridore di quella sega me lo sento dentro da giorni, come appiccicato alla pelle, impigliato ai vestiti. Come se l'opera di oscena devastazione ora fosse dentro e non più fuori. Il rimorso per non aver fatto nulla prima mi soffocava, mi strappava dalla quotidianità, mi faceva sentire colpevole.
Ora quando passo sulla piazza chiudo gli occhi e l’attraverso come in un incubo. È l’immagine della distruzione. Dell’indifferenza per la vita altrui. La negazione del bello e dell’armonia. Come fosse passata una guerra.
E penso: è Natale.
Patisco il paradosso. Celebriamo la nascita di una speranza e diamo la morte. Lui viene per ridarci umanità e noi celebriamo la disumanità.
Viene per restituirci dignità e amore e noi ci spogliamo di dignità e ci rivestiamo di odio e di insensibilità.
La mia piazza è diventata un simbolo. E così, ti dirò, anche la mia chiesa. Mesi fa sorrideva agli alberi, che, pur carichi di anni, reggevano il compito che Dio aveva loro assegnato. Passavi e loro proteggevano con misericordia chi, carico di anni, trovava una sosta alla fatica di vivere su una delle panchine. Passavi nelle ore asfissianti dell'estate e loro a regalarti sempre un leggero soffio di vento. Passavi e c'era poesia nel verde delle foglie, ma anche nelle trame nere dei rami, spogli d'inverno e puntati al cielo come in attesa.
La mia chiesa sorrideva, ogni volta che apriva gli occhi al mattino.
E, penso, è Natale. Ma, fuori, ogni volta che esco, è il simbolo dell'antinatale. L'antitesi della nascita. Che urla una logica malsana, che intristisce la terra. Una logica frutto di uno sguardo perverso, sguardo di rapina. Quasi a segnalare dolorosamente con che occhi siamo giunti a guardare noi stessi, gli altri, ogni forma di vita, la terra.
Scrive Eugen Drewermann: "Come potete voi vedere Dio con i vostri occhi? Tutto ciò che guardate è deformato dall'ottica dell'avidità e della bramosia. Non vi è cosa sulla terra che sappiate vedere rallegrandovene, sapete solo spalancare gli occhi come belve per appropriarvene. Non sapete contemplare la bellezza di un albero per lasciarlo al suo posto, dovete chiedervi quanto renderebbe abbatterlo. Non potete vedere un fiume solo per gioirne, per assimilarvi a lui, dovete chiedervi quanto si potrebbe guadagnare possedendolo, quanta energia darebbe sfruttandolo o profitto svuotandolo di ogni qualità. Così per le montagne, le steppe e i mari. Non sapete guardare il cosmo senza pensare come trasformare la vastità dello spazio in un'area in cui schierare apparecchiature belliche, marchingegni di annientamento. Qualunque cosa vediate è marchiata dall'avidità, dalla distruzione, dalla presa di possesso.”
Prendere possesso, appropriarsi, violentare sono i verbi che fanno lo scempio dell'umanità e della terra. E così ai miei occhi la mia piazza diventa un simbolo: era di tutti, quelle piante erano di tutti, quell'erba era di tutti, su quella panchina andava a sedere chiunque, senza dover chiedere permesso a nessuno. Un simbolo di bene comune, di collettività, di rispetto reciproco, di attenzione per ciò che è altro, per ciò che è diverso.
Un'area in cui pulsavano ancora i colori delle stagioni, i mutamenti del tempo, i battiti della vita che fluisce.
In questa piazza ci si abbeverava lo spirito nell’incontro fra uomo e natura, fra parole e cinguettii, fra il fruscio delle foglie e il cicaleccio degli esseri umani che si incontravano davanti alla chiesa. Un segno forte, un monito imperioso per coloro che bevono cemento ad ogni ora del giorno.
Questa piccola piazza diventerà un parcheggio asfaltato!
Cambia qualcosa sull'asfalto? Ha delle stagioni? Ti perdi ad ammirarne i colori? Ne fluisce qualcosa in sintonia con il tuo cuore e con i tuoi sentimenti? Ne ascolti i battiti e gli improvvisi silenzi?
Eri - qui forse è il problema - troppo indifesa, piazza che ospiti la mia chiesa. E, con te, indifesi, senza raccomandazioni e protezione, i vecchi che ne godevano o i bimbi che l'attraversavano o gli uomini e le donne ancora in cerca di bellezza. Ma che cosa è mai un anziano o un bambino o un poeta, i loro sogni e le loro attese a confronto con le sempre più gigantesche macchine, il loro impero, la pretesa dei box e dei parcheggi?
E che ce ne facciamo, in una società come la nostra, delle anime gentili o dei poeti?
Non rendono nulla, sono deboli, valgono poco.
Tu, piazza, mi sei diventata un simbolo. Alzo gli occhi e poi subito li nascondo.
Passo e mi dico: è Natale. Tu mi rimandi un bisogno accorato di Natale.
Mi rimandi lacerante un disgusto per il mito seduttore della potenza, l'indignazione per il mito dell'uomo forte e dominatore: ne vedo con occhi increduli gli esiti allucinanti. Mi raccontano di ragazzi che sgozzano per provare emozioni "forti"; mi raccontano di ragazzi che si pensano forti perché filmano chi sta morendo investito da un autobus; mi raccontano di filmati di torture; mi raccontano di personaggi "in vista" che insultano chi denuncia le loro prepotenze, il loro malaffare, e ciò con parole che un giorno definivamo da "caserma", tanto loro sono forti; mi raccontano di uomini in fiamme in acciaierie, tanto non sono forti.
Ti dirò, piccola piazza, che, contemplando con occhi tristi i tuoi tronchi segati, il Natale, che celebra il "piccolo" e il "debole", può sembrare una festa dei folli o dei poeti. Tanto è in controtendenza. Folli e poeti che vanno a celebrare un Dio che sceglie e difende piccolezza e debolezza, accompagnati dal risolino dei forti. Il risolino da parte di coloro che inseguono invece il mito dell’onnipotenza che distrugge l’umanità e la terra.
Che cosa insegna il Natale e che cosa insegniamo ai nostri figli? E se il segno dell’immensa tenerezza di Dio, anziché declinarlo in vuote liturgie, riprendessimo a declinarlo nelle liturgie quotidiane della vita, come fece lui. Curando lo sguardo.
Ricominciamo dallo sguardo. Uomini senza sguardo hanno devastato la mia piccola piazza. Ricominciamo dallo sguardo: mi dissero, in una sera di queste, due miei cari amici, che si dicono non credenti, ma forse lo sono più di me. Dallo sguardo, dalla gentilezza, dall’attenzione verso ciò che ci attornia, dalla disponibilità, dall’altruismo, dal donarsi, soprattutto al più debole, al più piccolo, al più povero, al più indifeso.
C'è vuoto. E c'è sete, di sguardi e di gentilezza.
Guardare l’altro vuol dire cercare di capire, di amare, di aiutare, di essere gentili, di dare il passo, di non far soffrire uomini e natura.
Qualcuno storcerà il naso. Ma come hai ridotto in piccolo il mistero del Natale! L'hai accorciato in uno sguardo. Sei arrivato a una parola ben piccola, la gentilezza!
Ti dirò, la compagnia degli uomini e delle donne del mio tempo mi hanno reso sempre più diffidente delle parole declamate, magniloquenti, hanno il tono e la pretesa dell'onnipotenza, il più delle volte sono devastanti. Mi sto innamorando, come i folli e i poeti, di parole piccole e di sguardi che abbiano il calore degli occhi di Gesù.
Guardo la mia piccola piazza e so dove arriva l'onnipotenza umana. Ma so anche, me l'ha ricordato “colui che si fece piccolo", che la benedizione viene dalla piccolezza, dal prestare attenzione, dal rivolgere uno sguardo gentile, dal difendere i deboli e le piccole cose, quali, ad esempio, una piccola comunità di alberi.

don Angelo