“Le generazioni a venire non ci perdoneranno il danno che noi stiamo loro facendo”

Vi chiedo scusa per la lunghezza inconsueta del pezzo allegato, ma vi suggerisco di leggerlo. Sono convinto che vi colpirà, esattamente come è avvenuto per me.
In questi giorni si leggono articoli e pagine pubblicitarie a favore della ricerca sul cancro: Benissimo! Ma dietro a questa lotta condotta con coraggio da tante persone vi sono interessi enormi che, semplificando, hanno due bandiere. I tumori hanno origine quasi esclusivamente virale - i tumori sono quasi sempre il risultato di una aggressione proveniente da un ambiente modificato e da sostanze chimiche.
Nel suo libro, IL FUORIUSCITO ( da cui ho tratto queste tre pagine ), che, nonostante le mie recenti difficoltà visive, mi sono divorato in due notti, Renzo Tomatis racconta con amarezza e con forza la sua vita incentrata sulla lotta contro i giganteschi interessi dell'industria in generale e di quella farmaceutica in particolare.
Renzo Tomatis, oncologo di fama mondiale, ha lavorato per decenni in America e a Lione, ove ha diretto l'Agenzia internazionale per la Ricerca sul cancro. Alla fine ha scelto di uscire da un mondo affaristico che lo isolava ed è tornato in Italia per lavorare come medico ospedaliero a fianco della nostra salute, della nostra vita e del nostro corpo; una apparente sconfitta che ha un nome preciso: "Resistenza".
È morto un mese fa.

"Per oltre un secolo e mezzo la produzione industriale si era espansa, contribuendo a mutare radicalmente il modo di vivere della gente, soddisfacendo antichi bisogni e creandone di nuovi, nuovi composti venivano sintetizzati mentre le risorse minerarie venivano sfruttate con metodi sempre più efficaci. Sostanze che non costituivano un pericolo se erano lasciate nei loro depositi naturali, lo divennero una volta estratte dalle viscere della terra e immesse nei cicli produttivi, come è stato, fra gli altri, per il cromo, il nichel e l'amianto. A questi cancerogeni antichi, divenuti pericolosi in seguito allo sfruttamento massiccio dei loro reservoirs naturali e la loro disseminazione nell' ambiente, si erano aggiunti quelli creati ex novo, sintetizzati da sapienti chimici in laboratori d'avanguardia.
Sullo sfondo di una società che diveniva opulenta senza attenuare le sue intrinseche profonde ingiustizie, le differenze fra coloro che producevano i beni e coloro che ne godevano i benefici, non solo non si attenuavano, ma per quanto riguardava la salute continuavano a peggiorare. Per lungo tempo si era continuato a sostenere pubblicamente, nei salotti buoni come negli ambienti accademici, che il cancro fosse una malattia che concerneva soprattutto la frazione più facoltosa della società, dove era più alta la percentuale di quanti raggiungevano la terza età, i poveretti avranno altri problemi, si diceva, ma con una speranza di vita più breve almeno non avevano, fortunati loro, quello del cancro.
I tumori per ragioni di lavoro contraddicevano quindi due fra le dicerie più accreditate sul cancro: che era una malattia degli anziani e che era una malattia dei ricchi.
Succedeva sotto gli occhi di tutti, ma nessuno sembrava accorgersene, che gruppi di individui venivano esposti a quei cancerogeni antichi o nuovi negli spazi confinati delle fabbriche, in maniera simile a quanto succedeva per i topi nelle gabbie, in una situazione adeguata per poter verificare se un composto o una miscela chimica avessero un'attività cancerogena. Messi loro malgrado negli avamposti della grande campagna capitalista per la conquista del pianeta, i lavoratori dell'industria erano stati sacrificati in nome dell'espansione dei consumi. Nessun onore ai caduti, nessuna riconoscenza era dovuta ai morti sul lavoro, si trattava di un servizio, le cavie umane erano servite a identificare una lunga lista di sostanze cancerogene. Al contrario, diffidenza e ostacoli d'ogni genere si opponevano a qualunque domanda di un sia pur minimo risarcimento.
Era quindi successo che ai lavoratori fosse spettato il doppio compito di garantire una produzione efficiente e di fungere da cavie. Il loro dramma, la malattia che colpiva individui ancora nel fiore degli anni o che minava irrimediabilmente gli anni del giusto riposo, venne inquadrato e incasellato come malattia da lavoro, come di fatto era, ma non con lo scopo di rendere compensabile il danno subito e di prevenirne la ripetizione, ma per assicurarsi che restasse episodio a sé, slegato dal resto dell' ambiente e della società, una questione ben delimitata che concerneva strettamente fabbrica e operai e nessuno e nient' altro.
Non era sfuggito, infatti, agli industriali che quelle stesse sostanze che causavano tumori nei lavoratori che avevano il poco invidiabile privilegio di esserne esposti, non solo non restavano per incanto confinate all'interno del perimetro delle fabbriche e finivano per spargersi fatalmente sul territorio circostante, ma immesse nei beni di consumo che erano alla base dei loro profitti si diffondevano in concentrazioni diluite nell'ambiente generale.
Li si era chiamati cancerogeni professionali o da lavoro, il che sarebbe stato giusto se il significato dei termini fosse stato soltanto di mettere in evidenza il luogo e la situazione dove la capacità di indurre tumori era massima, dato che massima era anche la loro concentrazione. Ma i termini erano stati usati invece per relegarli in modo definitivo in una categoria che riguardava solo e esclusivamente l'ambiente di lavoro. I cancri da lavoro, da biasimarsi quanto si vuole, erano un fenomeno limitato e circoscritto, bastava chiudere un reparto, modificare un sistema di produzione o semplicemente riparare dei tubi onde evitare le perdite di prodotti volatili pericolosi, per eliminare il problema. In altre parole, le sostanze che avevano causato tumori nei lavoratori non costituivano alcun pericolo per la popolazione generale, la loro diffusione nell' ambiente non aveva conseguenza alcuna.
Con questa attitudine e usando tutti i possibili metodi di distrazione e di occultamento dei fatti, si sono potute diffondere nel mondo intero sostanze come l'amianto, il nichel, il cadmio, il cloruro di vinile, il benzene e cosi via. Ciò è avvenuto con l'aiuto di una coorte di scienziati in parte prezzolati, ma in parte solo ottusamente consenzienti, uniti a sostenere la tesi che gli effetti delle piccole dosi di singole sostanze, visto che non possono essere quantificati accuratamente, possono essere ignorati e a negare che l'azione di cancerogeni diversi possa sommarsi potenziandone gli effetti negativi.
L'ambiente generale, l'acqua che beviamo, l'aria che respiriamo, il suolo dove cresce ciò che mangiamo sono ormai inquinati, ma ufficialmente, ovverossia dal punto di vista del potere economico, tutto è sotto controllo e non c'è nulla da temere.
Quelle sostanze e miscele sono state identificate come cancerogene nell' ambiente di lavoro dove la loro concentrazione era particolarmente alta e le condizioni di lavoro spietatamente pericolose, tali da causare effetti che, malgrado i tentativi fatti per opporvisi, non poterono non venir notati. I cancri da lavoro sono stati e sono tuttora uno scandalo inaccettabile. La tragicommedia della storia umana fa si che si erigano monumenti celebrativi ai morti in guerra con i quali il potere che ha pianificato le guerre costruisce e alimenta un patriottismo che gli fa comodo, ma i detentori del potere non hanno mai fatto erigere monumenti a coloro che sono stati sacrificati sul lavoro per garantire e aumentare i loro profitti.
Quelle stesse sostanze che hanno causato i cancri da lavoro non diventano innocue una volta che escono dal perimetro della fabbrica. Il benzene che si respira per le strade delle nostre città o la diossina che si spande sui quartieri prossimi a un inceneritore non cessano di essere cancerogeni solo perché li si incontra fuori da una fabbrica di scarpe o di plastica o fuori da una raffineria, e l'amianto che ha fatto strage fra i minatori e i lavoratori portuali e dei cantieri navali non ha perso le sue caratteristiche di penetrare nei polmoni, installarvisi e migrare poi anche verso la pleura e il peritoneo quando lo si incontra ormai dovunque nelle città e nelle campagne per il disgregarsi delle costruzioni che ne sono ricoperte e lo sfaldamento dei tetti di eternit. C'è una lunga lista di composti che incontriamo quotidianamente, tutti quanti, dai bambini ai vecchi: piccole dosi che vengono fatte passare come innocue o i cui effetti sulla salute sono descritti come trascurabili.
È vero, è assolutamente vero che i tumori esistevano ben prima che nascesse l'industria chimica, che sono stati osservati in mummie ultramillenarie e addirittura nei dinosauri, già prima della comparsa dell'uomo sulla terra, e che un rischio di errore nella replicazione cellulare, primo stadio di un percorso che può evolvere verso una neoplasia, risale verosimilmente a tempi molto antichi, quando è avvenuto il passaggio dall' essere unicellulare a quello pluricellulare, tutto vero.
Vero anche che la frequenza dei tumori aumenta con l'età, e che il generale allungamento della durata della vita ha un ruolo importante nell'aumento dei casi registrati, tutto vero. Ma non è meno vero che il numero e la quantità di cancerogeni nel nostro ambiente hanno continuato ad aumentare in maniera progressiva e sostanziale dall'inizio dell'era industriale a oggi. Si è decantato l'allungamento della durata della vita come la dimostrazione che l'inquinamento dell'ambiente fa più bene che male, come se alla sua origine ci fosse l'inquinamento e non la diminuzione delle malattie infettive e le migliori condizioni di vita. Si è cominciato con l'immolare i primi moderni schiavi, gli operai chiusi nelle fabbriche, al dio denaro per il raggiungi mento del massimo profitto nel minimo tempo possibile, e si continua esponendo l'umanità intera ai veleni di una produzione che è basata su consumi inutili e sullo spreco sistematico.
Non sono soltanto i cancerogeni prodotti dall'industria chimica a causare il cancro, e non si eviterà di morire mettendo un freno all'industria chimica e alle grandi multinazionali del profitto, la mortalità continuerà a essere la vera malattia incurabile dell'uomo, ma si potrà evitare di morire di cancro prima del tempo e malamente.
La ricerca deve continuare, è chiaro che una migliore comprensione di ciò che avviene nella trasformazione maligna potrà migliorare sia la terapia che la prevenzione del cancro. Curare i malati è un imperativo urgente, i malati non hanno tempo da perdere.
Ma perché puntare tutto soltanto sulla terapia e ignorare la prevenzione primaria?
La tendenza che emerge oggi, e che sta prendendo il sopravvento, è che si possono trascurare le misure di protezione nei confronti dei cancerogeni ambientali dato che l'esposizione alle alte dosi di cancerogeni nei Paesi industrializzati è diminuita, dimenticando di precisare che gran partedelle fabbriche dove ciò si verificava è stata chiusa o è stata spostata nei Paesi poveri. L'inquinamento generale viene considerato un problema di secondaria importanza, quasi un trascurabile inconveniente nell'espansione della produzione di beni di consumo inutili, con la pretesa che gli effetti dannosi delle piccole dosi di cancerogeni che incontriamo nella vita quotidiana possono essere ignorati. E se si verifica un incidente grave, come per esempio a Seveso, a Chernobyl o a Bhopal, la misura protettiva che viene adottata con la massima efficacia è la menzogna e l'oscuramento totale sui rischi reali. La ricerca di base al servizio del potere economico fornirà i mezzi per intervenire nel processo della cancerogenesi, arrestandolo o ritardando la sequenza evolutiva dei suoi vari stadi, e inventerà medicinali efficaci che non guariranno la malattia, ma terranno in vita il paziente e garantiranno guadagni sicuri alle industrie farmaceutiche. In tal modo continueremo a essere avvelenati quotidianamente, con una garanzia di sopravvivenza per i malati in cura a pagamento.
La prevenzione primaria non è fonte di guadagni, impone limitazioni ai profitti, si presta male alle speculazioni, una volta iniziata va continuata con costanza, i suoi effetti non sono immediati e spettacolari. Si deve poter avvalere della ricerca fondamentale per smascherare le ipocrisie con le quali se ne ostacola la messa in atto, ma troppo pochi sono i ricercatori che vi si dedicano. Una gran parte dei ricercatori è attratta, e distratta, verso priorità dettate dal potere economico, con canali di finanziamento più ricchi e più accessibili e che per di più garantiscono la pubblicazione su riviste scientifiche di prestigio. La ricerca sulla prevenzione primaria è stata sempre povera."