NON ERA MAI CAPITATO CHE LA SCRIVIA ...

Pare che nessuno ci faccia caso eppure, accanto a lei o scavalcandola ripetutamente, ogni giorno transitano decine di migliaia di automezzi con tanto di autisti e passeggeri.
Molto meno sono quelli che le lanciano un’occhiata distratta quando percorrono quotidianamente uno dei suoi innumerevoli ponti. Non abbiamo più nulla a che fare con i torrenti: niente più scorribande giovanili nei boschi, ricerca dei nidi di verdoni o cardellini, niente più approvigionamento di legna, di erbe, di gurè da intrecciare, niente più pesca o frescura nelle caldissime giornate estive, niente più traversate con i barcè, ecc. ecc. Insomma dell’ambiente, e soprattutto di quello fluviale, che non solo un tempo ci era utile ma anche ci era più vicino e familiare, non ce ne frega più niente.
Eppure meriterebbe una attenzione costante e preoccupata.
Non esistono più boschetti ripariali, la fauna si riduce a qualche uccello di passo o ad animali immessi dai cacciatori, di pesci si è persa ogni traccia. Ma quel che è più grave pare che i torrenti stiano perdendo la loro componente essenziale e vitale: l’acqua.
Non ho alcuna nostalgia delle tremende alluvioni della Scrivia, ne ricordo molte e alcune disastrose, come quelle del 9 ottobre 1970 che per poco non mi travolse lungo la strada per Sale, poi del 1977, del 1993, del 2000.
Sapevo che la Scrivia comprende nel suo ampio bacino, che inizia con il retroterra chiavarese e il massiccio dell’Antola, una delle zone più piovose d’Italia e quindi era naturale che arrivassero a noi, vicini al Po, frequenti piene (mediamente un paio in primavera e tre o quattro fra fine agosto e novembre) stracolme di fanghiglia giallastra che con i millenni hanno depositato uno strato di 4-5 metri di fertilissimo humus.
Qualcosa è cambiato, e in pochissimo tempo: direi nell’ordine di pochi anni.
Ricordo che da bambino in piena estate andavo ad ammirare i ragazzi più coraggiosi del paese che si tuffavano dal ponte di Castelnuovo Scrivia, sfiorando le reti che solo alcuni pescatori avevano l’abilità di far risalire senza alcun ondeggiamento per oltre dieci metri di dislivello. Ovunque ci si poteva dissetare alle sorgenti e fare il bagno sotto le piarde in pozze alimentate da un’acqua gelida. Raramente capitava ad inizio di agosto di vedere il flusso dell’acqua interrompersi, sparire sotto il greto e ricomparire qualche chilometro più a valle, in prossimità del Po.
L’ultima piena della Scrivia è avvenuta martedì 26 novembre 2002.
Da allora sono trascorsi ben cinque anni di quasi totale siccità: troppi per essere considerati una casualità. Il periodo di inaridimento totale si è sempre più ampliato e quest’anno ha già superato ogni record, infatti è scomparsa ogni traccia d’acqua in quel di Castelnuovo Scrivia (il mio punto di osservazione) da metà aprile ad oggi 11 novembre.
Ho qualche dato sulla piovosità, certamente inferiore a quella di una decina di anni fa, ma non credo che sia solo questa la causa.
Decisamente non siamo capaci di gestire le risorse della natura, l’egoismo e l’interesse immediato prevalgono al punto di sprecare quantitativi enormi con una serie di conseguenze che stiamo già pagando a livello di compattamento dei terreni argillosi inariditisi, di scomparsa di falde un tempo ricchissime di acqua, di un abbassamento generale delle falde, di una densità sempre maggiore nei terreni di sostanze inquinanti non più diluite, di cedimenti strutturali in edifici pesanti, ecc.
Eppure tutto tace, quasi nessuno scrive, denuncia, sollecita, lancia appelli. Anzi lo spreco d’acqua aumenta sempre più, la valle Scrivia è ormai un formicaio di città, aziende, centri commerciali che “divorano” acqua.
Si propongono ulteriori impianti per strutture sportive (come il golf), centraline elettriche, coltivazioni idrovoraci come il mais, altri sbarramenti per prelevare l’acqua e sciuparla incoscientemente per finalità collegate con il cosiddetto progresso. Canalizzata e dirottata altrove ne arriva molto meno nel letto dei torrenti.
Certamente ci saranno ancora alluvioni e purtroppo anche disastrose poichè la cementificazione del territorio comporta velocizzazione nello scorrimento dell’acqua e, a parità di precipitazioni, una maggiore concentrazione e forza dinamica in un periodo più breve.
Ma la tendenza ormai è quella di periodi sempre più lunghi di inaridimento, a meno che non scatti un meccanismo assai difficile da innescare, quello della assunzione di responsabilità da parte di tutti, soprattutto di responsabilità di politica ambientale con relativa comprensione che la morte dei fiumi non vuol dire solo la scomparsa di cheppie, cavedani, barbi, alborelle; ma, in prospettiva, anche il boccheggiare della razza umana.