Per non limitarci sempre a guardare il nostro angusto orizzonte.
Dall'ultimo numero del mensile dei missionari comboniani "Nigrizia" (cui sono abbonato da tutta una vita)
Ciao, Giuseppe Raggi
Biocarburanti / LAfrica, terra di conquista
di Marco Cochi
Molti governi africani puntano alla produzione delle energie ricavabili dai combustibili coltivati. Il Sudafrica spera di coprire con i biocarburanti il 75% dei bisogni energetici. Ma lOnu e le stesse reti contadine locali mettono in guardia sui rischi: dallaumento dei prezzi dei beni primari alle carestie alimentari, dal taglio delle foreste ai danni delle monoculture estensive.
Negli ultimi anni la produzione di biocombustibili è in continua e costante crescita. Il ricorso a questa fonte di energia rinnovabile è stato favorito dagli alti prezzi raggiunti dal petrolio e dal problema del surriscaldamento e dellinquinamento del pianeta. I carburanti coltivati si ottengono dalla fermentazione dei vegetali ricchi di zuccheri, come canna da zucchero, barbabietole e mais, da cui viene estratto letanolo, o alcol etilico, e possono essere utilizzati in sostituzione della benzina come combustibili per i motori a scoppio. Dalla lavorazione della spremitura dei semi di vegetali oleaginosi, come girasole, colza e soia, si può ottenere, invece, il cosiddetto biodiesel.
Ciò che rende appetibili i biocarburanti è che hanno un impatto ambientale più basso rispetto ai prodotti ricavati dalla lavorazione dei combustibili fossili.
LAfrica ha di recente attirato linteresse di molte compagnie, orientate alla produzione e al commercio su larga scala di questi carburanti. Gli investitori occidentali hanno già stanziato milioni di dollari per produrre bioetanolo e biodiesel nel continente. La zona individuata perché più appetibile, viste le frequenti precipitazioni piovose sembrerebbe larea compresa tra Angola, Zambia e Mozambico.
Gli stessi governi africani stanno investendo nel campo della ricerca e dello sviluppo delle energie rinnovabili. Tra essi, spicca quello del Sudafrica che ad aprile ha approvato una bozza strategica per lindustria dei biofuel. Obiettivo della strategia è la realizzazione di un programma, valutato 828 milioni di dollari, con il quale, entro il 2013, Pretoria spera di coprire con i biocarburanti il 75% del target complessivo di energia rinnovabile del paese.
La Nigeria, lanno scorso, ha assegnato due concessioni alla Inc. Natural Resources per realizzare un progetto, del valore di 4 miliardi di dollari, per produrre etanolo nello stato settentrionale di Jigawa; mentre il Kenya ha avuto accesso a ben la metà dei 67 milioni di euro di prestiti a favore delle aziende agricole subsahariane, messi a disposizione da una società di promozione dei nuovi mercati per stimolare i produttori locali a orientarsi verso attività diverse, come la produzione di biodiesel e bioetanolo. Grazie allingente somma, che dovrà comunque essere restituita, e alla sua produzione di canna da zucchero, di granturco e di piante erbacee come il sorgo, il Kenya potrebbe avere lopportunità di diventare un grande esportatore di combustibili estratti da risorse naturali rinnovabili.
Alcuni paesi a sud del Sahara sono attivi anche in progetti focalizzati sulla produzione distribuita di energia rinnovabile da biogas. Un importante risultato è stato messo a segno, lo scorso 22 maggio, a Nairobi, dove nel salone dei congressi del Safari Park Hotel ha avuto luogo la conferenza sul tema I biogas per una vita migliore: uniniziativa africana. Nel corso dei lavori è stato approntato un piano per la fornitura di energia rinnovabile a 20 milioni di abitazioni in 25 paesi africani, tra cui Benin, Etiopia, Ghana, Kenya, Mali, Nigeria, Rwanda, Senegal e Sudafrica. Liniziativa sarà realizzata con il supporto di 12 organizzazioni internazionali e sarà coadiuvata dalla presenza di società tecnologiche olandesi, quali Snv e Hivos, già impegnate in progetti simili in Vietnam e Nepal. La prima tappa del programma è in corso di realizzazione in Rwanda, Etiopia e Uganda.
Piccole centrali di biogas hanno un costo contenuto e possono utilizzare come materia prima lo sterco degli animali. Oltre a essere facilmente distribuite sul territorio, sono poco lontane dai luoghi di consumo dellelettricità e dai siti ancora non raggiunti dal servizio pubblico. Il programma varato nel corso dei lavori della conferenza di Nairobi consentirà la creazione di una filiera locale, quindi una maggiore occupazione non qualificata nelle aree rurali, ma, nondimeno, la diffusione delle centrali di biogas favorirà anche la produzione di carburante di origine biologica.
Un anno fa la società svedese Ericsson, leader nel campo della telefonia mobile, e la compagnia telefonica sudafricana Mtn, operante in 21 paesi tra Africa e Medio Oriente, lanciarono un ardito progetto volto a facilitare la diffusione del cellulare in Africa. Le due major proposero di sostituire i dispendiosi combustibili fossili con i biofuel ecosostenibili, derivati dalle colture locali, per alimentare le antenne radio. Il progetto si sarebbe dovuto realizzare a cominciare dal paese più popoloso dellAfrica, la Nigeria, che per il 75% non è coperta dalla rete elettrica.
I piani delle due società prevedevano di estrarre combustibile dalle palme, dalle arachidi, dai semi di zucca e dalla jatropha. Le piante destinate alla produzione di biocombustibili dovevano essere coltivate vicino alle centrali elettriche, con la speranza di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili anche per quanto concerne le esigenze di trasporto. Dopo la Nigeria, liniziativa avrebbe dovuto essere attuata anche in Uganda, Rwanda e Kenya. Ad oggi, però, non si è avuta più alcuna notizia sugli sviluppi del progetto Ericsson-Mtn.
I dubbi
Nel continente africano cè già chi comincia a prendere le dovute cautele per commisurarsi con larrivo degli investitori stranieri nel settore dei biocarburanti. È il caso degli agricoltori della Tanzania, i quali hanno organizzato un corso destinato ai produttori locali su come investire in carburante verde.
Secondo le dichiarazioni rilasciate dal rappresentante della Rete contadina per lo sviluppo e linnovazione agricola (Mviwata), liniziativa è nata in risposta alloperato del governo, che avrebbe adottato una strategia che penalizza le fattorie. La produzione di biocarburanti in questo caso, di etanolo ottenuto a partire dal mais, dalla canna da zucchero o dal sorgo richiede risorse e terreni estesi: condizioni che i contadini della Tanzania, abituati a lavorare su piccola scala, non sono in grado di sostenere.
Cè anche chi pensa che lutilizzo di bioenergie possa costituire una minaccia per i popoli autoctoni e tribali dellAfrica. I 16 esperti della Commissione del forum permanente Onu sulle tematiche indigene (creato nel 1982) non hanno nascosto la loro inquietudine per lespansione delle piantagioni destinate alla produzione di combustibili puliti, che spesso si realizza con lespulsione delle popolazioni autoctone dalle loro terre. Victoria Tauli-Corpuz, presidente dellIstanza, si è detta molto preoccupata dal fatto che è nuovamente nelle terre autoctone che si cercano le soluzioni e che potrebbero essere cinque milioni gli indigeni sloggiati dai biofuel.
Ma non sono solo gli esperti del forum delle Nazioni Unite a puntare il dito contro gli agrocombustibili. Di recente, Fidel Castro ha posto laccento sul rischio di carestie alimentari dovute alla diffusione di carburanti coltivati. Lanziano leader cubano ha indicato in oltre tre miliardi le persone che potrebbero esserne colpite. La catastrofica previsione trova parziale conferma in recenti studi, che indicano come, per ogni aumento di punto percentuale del prezzo del mais, il numero degli affamati crescerà di circa 16 milioni di persone, per arrivare a 1,2 miliardi entro il 2025.
Allinizio dellanno in Messico cè stata una vera e propria sommossa popolare a causa delletanolo, che ha fatto schizzare il prezzo delle tortillas da 7 a 18 pesos al chilo, mentre in Sudafrica il mais bianco, il più usato, costa il 40 % in più dellanno passato, con pesanti ripercussioni sui consumatori più poveri.
I dubbi, però, non finiscono qui. Il taglio indiscriminato delle foreste, per far spazio alle coltivazioni estensive, può portare a un bilancio negativo sul fronte delle emissioni nocive, come è già accaduto in Indonesia. Inoltre, il maggior utilizzo di fertilizzanti e pesticidi, con maggiori consumi idrici e il rischio di semi Ogm, consiglia di interrogarsi sulla convenienza di questi nuovi combustibili verdi.
Senza dimenticare che, nei mesi scorsi, buona parte del mondo scientifico ha più volte denunciato lincoerenza ecologica dellutilizzo delletanolo come combustibile per automobili. In primo luogo, le monoculture estensive hanno un effetto devastante dal punto di vista climatico: le precipitazioni, infatti, si riducono e si concentrano nel tempo, dando luogo a tempeste di pioggia, ristrette a brevi periodi dellanno. Cè da mettere in preventivo, poi, che le monoculture possono provocare lerosione della biodiversità animale e vegetale, se portate in regioni in cui questa è praticata.
Nel giugno scorso, il sociologo svizzero Jean Ziegler, relatore speciale delle Nazioni Unite per lalimentazione, ha puntato il dito contro i paesi occidentali che promuovono i cosiddetti biocarburanti provenienti da terreni agricoli in passato destinati alla produzione alimentare. La critica di Ziegler dovrebbe indurci a riflettere sul fatto che la bioenergia può compromettere la sicurezza alimentare e danneggiare lambiente. Per questo è indispensabile che, nellimmediato futuro, la produzione di biocombustibili venga seriamente regolata e monitorata.