Una lunga amicizia con Gian Paolo Testa
di Pier Paolo Poggio
Ho conosciuto Gian Paolo Testa da ragazzo, all’Istituto Magistrale Diodata Roero Saluzzo di Alessandria. Non eravamo nella stessa classe, io ero in una classe precedente, insieme a Brunetti, Provera, Zoccola, Goretta, Gallia, Scarrone, Angeleri, ma si respirava la stessa atmosfera, l’aria era frizzante, gravida di novità, di inediti cambiamenti. Non si trattava di un ciclico rito di passaggio: i giovani che si fanno le ossa contestando gli adulti per poi rientrare nei ranghi. Senza che ne fossimo consapevoli, lì, in quegli anni, sullo sfondo del “miracolo economico”, prendeva avvio una lunga stagione di dissidenza che, tra alti e bassi, non si è più ricomposta.
Avevamo insegnanti di qualche spanna superiori agli attuali docenti universitari, primo tra tutti Stelio Lozza più volte parlamentare per il Pci. Alcuni di noi erano estremamente appassionati di politica, immersi in discussioni interminabili sulle sorti del mondo. Certamente era una minoranza ma che si imponeva, che occupava il centro della scena. Non ricordo quali posizioni politiche esprimesse Gian Paolo, forse nessuna in particolare, forse non condivideva il nostro infervorarsi, però c’era, era una presenza costante, curioso e silenzioso.
Se proprio lo si tirava in mezzo esprimeva un atteggiamento che ci sconcertava: aveva una spiccata tendenza alla mitezza, quasi alla mansuetudine, ma non lo si poteva accusare di debolezza, come forse avremmo voluto, perché era tenace nelle sue idee.
L’ho perso di vista per un decennio e più, poi verso la metà degli anni Settanta l’ho ritrovato ad Ovada che gravitava nella cerchia di Marie Ighina. Seguendo percorsi radicalmente differenti eravamo approdati a posizioni molto vicine. Non c’era bisogno né c’era tempo di discutere, il da farsi era impellente e cadeva tutto quanto sulla sezione “Novi-Ovada” di Italia Nostra, di cui la “signora Ighina”, come tutti la chiamavano, era l’animatrice instancabile, temuta e anche un po’ odiata dai potenti di un vasto circondario ligure-piemontese.
L’obiettivo apparentemente donchisciottesco era di salvare il salvabile dallo sviluppo: delle costruzioni, dei traffici, dell’inquinamento, della corruzione, della mercificazione di ogni cosa. Salvare la natura e l’arte, utilizzando le leggi esistenti, antiquate e inapplicate, prima che le modernizzassero rendendole inservibili.
Era un lavoro di interdizione quasi solitario che ha dato un contributo, credo rilevante, nell’impedire la distruzione su grande scala delle valli Orba e Stura, come era nei disegni degli “sviluppisti” liguri-piemontesi come conseguenza naturale, dal loro punto di vista, della costruzione della A 26. Accanto a ciò, nei limiti di una piccola sezione ostile ad ogni proselitismo, non mancava l’attenzione per i singoli, minuti, episodi: alberi, animali, corsi d’acqua, vecchie costruzioni, opere d’arte, oggetti di artigianato, di cui ci si doveva prendere cura, anche su segnalazione di volenterosi cittadini.
In questo lavoro Gian Paolo era instancabile, non mancava mai, sia che si trattasse di manifestare contro i rischi maggiori, tipo “Cromium”, sia di occuparsi quotidianamente di diritti calpestati e non riconosciuti, in primo luogo i diritti dei viventi senza parola. La sua, sotto il segno dell’antica mansuetudine, era quindi una scelta radicale, per un ambientalismo non antropocentrico e in questo senso impolitico.
Con gli anni Novanta i nostri contatti si sono diradati; si è impegnato con i Verdi e Legambiente, poi con i nuovi movimenti e ancora nella lotta contro la Tav. Gian Paolo era quanto di più lontano ci si possa immaginare dai “professionisti della politica” che occupano la scena per breve e, talvolta, per lungo tempo, capaci di ogni trasformismo. La sua scelta era stata straordinariamente costante e coerente, indifferente alle mode, ai cambiamenti frenetici e irrilevanti. Ciò di cui si è sempre occupato non è l’altro da noi, quel che ci è estraneo, cose irrilevanti e che si possono calpestare o cancellare. Per Gian Paolo erano estremamente importanti, in sé e per sé, e per noi. Non si sbagliava, non dobbiamo dimenticarlo.
Pier Paolo Poggio