Qualora vi fosse sfuggito, vi riproponiamo una sintesi dell'articolo apparso sul SOLE, dedicato interamente all'uomo della Logistica, al fautore del Terzo Valico, all'ex presidente della Provincia di Alessandria, all'esponente della Margherita, al banchiere UniCredit, all'amicone di Fazio e Vespa, a uno degli "ulivisti" che piacciono a Berlusconi, all'uomo dalle cento presidenze e vicepresidenze nel trasporto su gomma, nelle banche, fra i commercianti, nelle autostrade, ecc. ecc. All'uomo che ha definito gli ambientalisti asini raglianti e cani e i magistrati maiali

Da Il Sole 24 ore di venerdì 3 marzo
PALENZONA, LE ACCUSE DI FIORANI

Nell'inchiesta su Bpi, il nome di Fabrizio Palenzona era comparso finora solo incidentalmente, per aver sponsorizzato un finanziamento a favore del fratello Giampiero. Ma “Il Sole-24 Ore” è in grado di rivelare che sia Boni che Fiorani hanno dichiarato a verbale di aver fatto avere soldi anche a lui. Sia in contanti che con bonifici estero su estero. In più occasioni, con più modalità e per un totale di svariati milioni di euro.
Quando Fabrizio Palenzona cominciò a farsi vedere e sentire sulla battaglia per l'AntonVeneta, furono in molti a stupirsi. Lui stava con Fazio e Fiorani, senza se e senza ma. Eppure non era un loro alleato naturale. Non solo perché apparteneva al partito più anti-fazista, la Margherita, ed era ai vertici di una banca defilata quale UniCredit. Ma perché due anni prima, all'epoca degli scandali Parmalat e Cirio, era stato l'unico banchiere di rango a schierarsi pubblicamente con chi chiedeva le dimissioni del governatore della Banca d'Italia. Dietro le quinte era ancora più duro. Diceva che Fazio era una "vera vergogna”, rivela un banchiere romano.
Sull'Antonveneta si era evidentemente ricreduto. Al punto che il 19 luglio 2005, quando il Tar del Lazio decise di respingere il ricorso di Abn Amro contro la decisione di Banca d'Italia di autorizzare l'Opa di Fiorani, non esitò a mandare un entusiastico sms a Fiorani: “Finalmente la Giustizia! Dopo tanta vergognosa intimidazione organizzata, una luce di correttezza! Forza Fiorani! Alla fine dopo tanta sofferenza Davide trionfa su Golia! Il bene sul male. Il popolare italiano sulla massoneria internazionale! Bravo Gianpiero!”
Per non parlare della sua reazione al successivo sequestro delle azioni AntonVeneta disposto dalla magistratura milanese. “Quante azioni hanno sequestrato i maiali?” chiese al direttore finanziario di Lodi, Gianfranco Boni poche ore dopo l'annuncio dell'avvenuto sequestro. “Che vergogna! Questo è un Paese senza speranza! Ti sono vicino. Un abbraccio”, scrisse poi a Fiorani.
Ma Palenzona non si limitò a un'opera di supporto morale. Fece vera e propria lobbying politico-finanziaria. Tra le altre cose fu lui a organizzare un incontro tra Fiorani e Francesco Cossiga. Si diedero appuntamento nella clinica di Lecco dove Cossiga stava facendo sedute di riabilitazione motoria. Ma Fiorani e Palenzona si presentarono a tarda ora e ben oltre l'orario delle visite, quando l'ex Presidente della Repubblica già dormiva. Palenzona tentò anche di organizzare un incontro tra Fiorani e Romano Prodi. Ma neppure questo riuscì perché Prodi non diede la propria disponibilità.
Al di là del fallimento di questi due tentativi, Fiorani ha recentemente dichiarato alla Procura di Milano di aver fatto avere denaro ripetutamente e in modo surrettizio a Palenzona. Sia lui che Boni hanno ammesso di aver consegnato oltre 700 mila euro in contanti in occasioni diverse nel corso del 2004. Hanno anche detto di aver effettuato alcuni bonifici a suo favore su due conti esteri.
Secondo i due ex dirigenti della banca di Lodi il primo, presso la Banca del Gottardo a Montecarlo, è un conto in codice intestato a un musicista famoso di cui sarebbe beneficiaria la moglie di Palenzona (che è di origine russa). Tra il 1999 e il 2000 sarebbero stati versati su quel conto circa 5 miliardi di lire provenienti da un altro conto estero che Fiorani gestiva a Lugano.
Fiorani e Boni hanno poi parlato di un secondo conto, anch'esso associato a Palenzona, presso una banca di Chiasso che però sarebbe intestato a un prestanome, pare un autotrasportatore. Su questo secondo conto, sempre a detta di Fiorani e Boni, sarebbe stato versato perlomeno un milione di euro a favore di Palenzona.
“Il Sole-24 Ore” ha contattato l'assistente personale e l'addetto stampa di Fabrizio Palenzona per chiedere conferme o smentite, ma non ne ha avute. In passato Palenzona ha comunque sempre negato di avere avuto rapporti “di affari” con Fiorani e la sua banca. In una lettera in risposta a un articolo di Vittorio Malagutti da lui inviata il 21 ottobre scorso al settimanale “L'Espresso”, diceva: “Preciso, una volta per tutte, che mio unico legame di interesse con la Banca Popolare di Lodi e con tutta questa vicenda ed i suoi protagonisti, è rappresentato dal possesso di n.50 azioni della banca. Queste azioni hanno maturato una plusvalenza di 6,40 euro: cappuccino e brioche in centro. Punto e basta”. Dopodiché ha aggiunto: “Sono vent'anni e passa che ogni giorno mi chiama qualcuno per chiedermi una mano o di interessarmi al suo caso. Avrò visto e aiutato migliaia di persone, con la coscienza di non avere mai commesso atti scorretti, esercitato pressioni o essermi adoperato per ottenere un personale tornaconto”.
Ma i soldi che Fiorani e Boni hanno confessato di avergli dato? Quelli come li spiega? O nega di averli ricevuti?
“Il Sole-24 Ore” ha cercato di chiederglielo ma non ha avuto risposte.
Ma chi è Fabrizio Palenzona? Originario di Pozzolo Formigaro, tra Tortona e Novi, ragioniere e avvio come funzionario nell'associazione degli autotrasportatori, il suo nome è relativamente poco noto fuori dei circoli politico-finanziari e degli ambienti parastatali. Il suo nome venne fuori quando qualcuno individuò in lui il Pallenzona (con due elle, come volle venisse precisato) citato negli appunti di Pacini Battaglia all'epoca di Mani Pulite e con accostamento alla famiglia Gavio. Cresciuto sotto l'ala protettrice di Donat Cattin nella vecchia Dc, ex sindaco democristiano Tortona, ex presidente della provincia di Alessandria confluito prima nei popolari e poi nella Margherita, è senza dubbio un personaggio di grosso peso. In senso letterale - è alto un metro e 90 e pesa quasi 2 quintali - e non.
Soprattutto da quando è riuscito a inserirsi nel giro dei grandi istituti finanziari autonominandosi consigliere di amministrazione della Fondazione della Cassa di Risparmio di Torino (Crt), la terza maggiore d'Italia dopo Cariplo e Cassa di Risparmio di Roma.
Palenzona è una sorta di millepiedi politico-finanziario. Ha un piede a Piazza Cordusio, in UniCredit, dove è vice presidente. Ne ha due a Piazzetta Cuccia, in Mediobanca, dove siede nel cda e neI comitato esecutivo. Un altro in Confcommercio, dov'è stato confermato vicepresidente anche dopo l'uscita del suo amico Billé, e poi nella Sisal, nella Cofitral, e in una dozzina di altre società o associazioni. Palenzona è un vero e proprio camaleonte. Non ha infatti difficoltà a indossare i panni di presidente dell'organizzazione sindacale degli autotrasportatori, quelli di presidente dell'Aiscat, l'associazione che raggruppa 23 concessionarie autostradali spesso accusata dagli stessi autotrasportatori di imporre aumenti ai pedaggi penalizzanti e ingiustificati e, dulcis in fundo, quelli di socio del re delle autostrade del nord Marcellino Gavio, (in Unitra Srl, di cui Palenzona detiene il 9,14%).
Il rapporto con Gavio, che chiama Marcellino pur dandogli del lei, risale agli anni '80, quando era sindaco a Tortona, mentre quello con Fiorani è più recente. I due si conobbero alla fine degli anni '90, quando Palenzona vendette alla Lodi l'Istituto di Credito delle Casse di Risparmio Italiane (Icri), un carrozzone privo di valore di cui la Cassa di risparmio di Torino era azionista di controllo. “L'Icri era un vero disastro, tant'è che Fiorani fu poi costretto a liquidarlo. Anche se c'è da dire che Fiorani, il quale acquisiva pagando in carta, lo utilizzò molto intelligentemente per comprare altri istituti, come la Cassa di risparmio di Imola e quella del Tirreno”, spiega un banchiere.
Ma c'è un altro elemento degno di nota: riguarda la scelta del titolo che è stato al centro delle maggiori operazioni speculative da parte della banca di Fiorani, cioè Autostrade. È il titolo che ha generato plusvalenze depositate sul conto del sottosegretario Brancher, su quelli di Consorte e Sacchetti e soprattutto che ha prodotto. guadagni di decine di milioni di dollari per il trader Gaudenzio Rovedada.
La società Autostrade venne privatizzata dall'Iri nel 1999, quando il 30% venne acquisito da Schemaventotto, entità controllata dalla famiglia Benetton. UniCredit, di cui Palenzona era vicepresidente, e Crt, di cui era leader storico, avevano il 20% di Schemaventotto, e Palenzona entrò subito nel consiglio.
Non basta, a “Il Sole-24 Ore” risulta che Palenzona ebbe un ruolo essenziale nella successiva Opa con cui Schemaventotto prese il controllo di Autostrade, il 1° novembre 2002, il cda di Schemaventotto deliberò un'offerta pubblica d'acquisto sulle azioni Autostrade non possedute attraverso un nuovo veicolo, Newco28.
L'operazione fu vantaggiosissima, anche perché non sborsarono un euro. Fu tutto finanziato a debito, e il debito di 6,7 miliardi di euro venne poi trasferito in Autostrade. “Fecero un bell'affare. Questo è poco ma sicuro” osserva oggi un banchiere milanese. Probabilmente all'epoca nessuno avrebbe potuto prevedere che il titolo si sarebbe più che raddoppiato in tre anni, ma che Autostrade fosse una macchina da soldi era già chiaro. Anche perché nel 2002 il margine operativo lordo fu di 1.472 milioni di euro, e l'utile netto di 529 milioni di euro.
Si trattava insomma di un boccone estremamente ghiotto, e l'operazione, che richiedeva il via libera del Tesoro e dell'Anas, non sarebbe mai potuta andare a termine senza un assenso politico. A “Il Sole-24 Ore” risulta che fu proprio Palenzona ad aiutare i Benetton a ottenere il beneplacito di Roma.
Quanto significativo sia stato il suo ruolo nell'operazione è attestato tra l'altro dalla sua partecipazione a una riunione decisiva tenutasi circa tre settimane prima dell'annuncio dell'Opa. In quell'occasione si riunirono in una sala appartata dell'Hotel Majestic tutti gli artefici dell'affare: il capo cordata Gilberto Benetton, il suo top manager Gianni Mion di Edizioni Holding e l'avvocato Roberto Cera dello studio Erede. Assieme a loro Fabrizio Palenzona.
Claudio Gatti