Settembre 2005
Il Comitato per il Curone segue con preoccupazione le notizie di progetti sull'uso dell'acqua del Curone, del Grue e del Borbera.
La Comunità Montana ha già aggiudicato l'appalto per il campo da golf che include 8 invasi per circa 180.000 metri cubi totali ed è partita con un altro appalto per un sistema di laminazione delle piene in località Sighera. Il vice presidente dell'Amias Spa, Elleboro, sullo scorso numero di Sette Giorni, punta in alto e parla di "soluzione definitiva" ai problemi idrici, con la decisione di affidare uno studio per una decina di invasi nelle valli, di capacità variabile fra i 300.000 e i 500.000 metri cubi d'acqua ciascuno. Alludendo forse allo stesso progetto, ad inizio luglio, su "La Provincia Pavese", Stringa (presidente del consorzio irriguo di secondo grado) riferiva di diversi invasi, tra cui due in alta e bassa valle Curone, ciascuno con una capienza di almeno 300.000 metri cubi, e di uno studio commissionato alla società Hydrodata di Torino "insieme alla Provincia". L'Amias non é però "la Provincia", bensì una società commerciale: oggi di fatto é soggetta ad un indirizzo pubblico, ma in futuro anche la maggioranza dei capitali e l'amministrazione potrebbero passare in mano ai privati.
Constatiamo due cose. Primo: non si parla mai di pianificare tutti gli interventi a livello di bacino fluviale. È semplicistico dire, come Elleboro, che l'acqua che defluisce a valle é "inutilizzata": un bacino come quello del Curone é un sistema complesso, da considerare nel suo insieme e non soltanto in termini di immediato ritorno economico per quelli che, tra i diversi portatori di interessi, hanno la forza per farsi sentire (in concreto, le imprese che gestiscono il ciclo dell'acqua e, in varia misura, le associazioni agricole). La sua ricchezza é data soprattutto dalla vitalità biologica e naturalistica. Puntare tutto sugli invasi comporta problemi seri e tutti da discutere, sia tecnici (si pensi all'interramento per effetto dell'accumulo del limo e dei detriti, con perdita graduale della loro capacità) sia ambientali.
In ogni caso, prima di agire in modo massiccio sull'aumento dell'offerta di acqua, occorre sforzarsi di contenere la domanda, incentivando le colture, le pratiche (biologico) e le tecniche (microirrigazione) che ne consumano meno, e investendo per ridurre gli sprechi e le perdite nella distribuzione.
Il secondo punto é il cuore della questione: i beni pubblici essenziali come l'acqua debbono essere gestiti in modo pubblico e partecipato, consultando i cittadini, chiamandoli ad esprimersi fin da quando si decidono le priorità e si fanno le scelte e garantendo loro l'accesso alle informazioni. Nelle interviste si citano le varie istituzioni e le organizzazioni professionali, ma non i cittadini. Nessuno spazio é previsto per la loro diretta partecipazione.
Garantire questi spazi spetta agli enti che hanno designato chi amministra l'Amias e il consorzio. Chiediamo pubblicamente che le amministrazioni locali si pronuncino, impegnandosi subito a mettere a disposizione i dati ed a convocare incontri ed assemblee per consentire ai cittadini di essere informati, di fare domande e di esprimere la propria volontà, sia per le serie conseguenze che potranno aversi sull'ambiente, sia perché se si mette l'Amias al centro dell'intero sistema delle acque si consegnano nelle mani di una società che per la sua natura di Spa é tenuta prima di tutto a seguire le logiche dei bilanci e quindi del mercato poteri enormi su un bene che al mercato deve essere sottratto.
Suggeriamo ai lettori, ed in particolare agli amministratori pubblici, un libro italiano tra i più noti anche all'estero: "Fontamara" di Ignazio Silone. Parla delle vicende dell'acqua in un paese nell'Abruzzo degli anni 30, ed é ancora attualissimo nell'Italia e nel mondo del 2000. La dignità dei "cafoni" descritti da Silone deve servirci da lezione.