1) Intanto il territorio va pianificato, al minimo, a livello di bacino fluviale, ossia di quell’area compresa tra le sorgenti e la foce di un fiume seguendo la linea degli spartiaque (la cresta delle alture che circondano il fiume e danno vita a tutti i suoi affluenti). In questo territorio vanno considerate tutte le dinamiche del fiume e dei suoi affluenti e le trasformazioni che possono essere indotte dalle opere e dall’attività dell’uomo. Se ciò fosse avvenuto per molti fiumi italiani oggi sconteremmo molte, ma molte meno catastrofi “naturali” di quelle che hanno funestato in passato il territorio nazionale. Se lo studio di pianificazione del bacino dello Scrivia, dell’ing. Giuliano Cannata (il massimo che si poteva avere) fosse stato letto da qualcuno, forse nella piana fra Novi e Serravalle oggi non ci sarebbe neanche l’Outlet (altro che 35 tris e centri commerciali sequenziali).
2) Un’opera prevista o prevedibile per questo dato territorio si fa se serve. Ma se serve alla collettività, e non solo per soddisfare gli interessi di qualche “clientela politica”. Allora l’analisi che va fatta a priori deve essere seria ed obiettiva: non pompata per assecondare la necessità dell’opera: vedi, ad esempio, i 55.000 genovesi che grazie al treno ad alta velocità tutti i giorni avrebbero potuto raggiungere Milano, risparmiando ben 13 minuti, oppure i 5 milioni di contenitori che nel 2005 avrebbero oppresso le banchine del porto di Genova (!?!). Inoltre qualsiasi opera, sempre in relazione alla grandezza del suo impatto socio-ambientale, dovrà soddisfare bisogni importanti e non bisogni futili o particolari (ad esempio una pista per fuoristrada, una sciovia che taglia una bella pineta, un parcheggio in centro che serve a risparmiare 200 metri a piedi, una linea FS ad alta velocità per portare i genovesi, alla sera, al Teatro della Scala di Milano, un porticciolo da diporto a ridosso della bellissima spiaggia dei Saraceni, ecc.).
3) Va considerato sul territorio tutto ciò che esiste e che può essere recuperato, ammodernato e potenziato. Nel settore abitativo, ad esempio, i centri storici e le vecchie cascine (mi piange il cuore vedere quella bellissima cascina a corte di stile lombardo, appena dopo il centro logistico di Gavio, verso Tortona, in completo abbandono). Un altro esempio, nel settore delle infrastrutture, potrebbe svolgersi come segue. La pianificazione (in relazione ai flussi di traffico esistenti ed a quelli previsti a soddisfacimento delle strutture programmate nei settori produttivi) accerta la necessità di un certo numero di infrastrutture di determinate capacità e per determinati percorsi. Prima di tracciare su una carta tematica nuove righe occorre analizzare le potenzialità residue dell’esistente, prevedendo diversi gradi di ammodernamento e potenziamento dello stesso , fino a che, come impatto ambientale e come costi economici, non si entra in concorrenza con una infrastrutturazione ex novo (vedi il Terzo Valico e le cinque linee di valico esistenti).
4) La pianificazione dovrà tener conto delle generazioni che verranno. Infatti, perché una seria pianificazione non può essere favorevole ad una scelta energetica nucleare? Perché non risolve il problema più grosso, ossia quello delle scorie e della dismissione degli impianti, ma lo rimanda ai nostri figli. Inoltre, perché tutte le scelte fatte nel settore dei trasporti, nel settore industriale ed energetico devono tener conto dei dettami del Protocollo di Kioto? Perché non possiamo sempre rimandare la soluzione degli effetti deleteri del riscaldamento del pianeta ai nostri figli.
Si può in fondo osservare come dei sani principi per una sana pianificazione altro non siano che i principi fondamentale per uno Sviluppo Sostenibile.
Novi Ligure, 9.07.05
Renato Milano